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Gli
Ogm dal laboratorio alla tavola
Riflessioni su agricoltura, tecnologia e alimentazione
a
cura di Alessandro Dessi - Consiglio Nazionale VAS - 2007
INTRODUZIONE
Quando si parla di Ogm ci si riferisce a qualcosa che
tocca le nostre vite, da vicino. Si sta parlando del
futuro, infatti, della nostra agricoltura e della nostra
alimentazione, della salute umana, di ambiente e di
sovranità alimentare, di business e di tecnologia,
di scienza e democrazia. Aumentare la nostra conoscenza
sull’argomento non è più un’opzione.
E’d’obbligo, se vogliamo evitare di ipotecare
il futuro delle generazioni future, se vogliamo avere
un ruolo decisivo nei processi decisionali, se vogliamo
continuare a difendere diritti collettivi ina- lienabili.
Per questo motivo, abbiamo deciso di “riassumere”
brevemente alcuni degli argomenti più dibattuti
e di fornire, così, uno strumento per la riflessione.
Non ci illudiamo di riuscire a farlo in maniera esaustiva.
Sono troppe le problematiche, i dati, le ricerche, le
notizie disponibili sulla materia. Dovremmo poter fare
un’enciclopedia, e in pochi avrebbero il tempo
di leggerla. Cominciamo, quindi, con il tracciare un
quadro di riferimento, dal quale ognuno può pro-
seguire in maniera autonoma, procedendo attraverso gli
approfondimenti che considera più interessanti.
Non crediamo neppure di poter assumere in questo lavoro
un punto di vista “neutrale”. Perchè
ci sentiamo di “parteggiare”, di aver scelto
di “stare dalla parte di”. Dalla parte di
un approccio ecologista, che non ignora la complessità
della natura e i suoi equilibri, ma la studia, la rispetta,
la tutela. Di un modello di produzione agricola che
rimette al centro la terra, i semi, gli agricoltori,
le tradizioni, la qualità. Di un modello sociale
democratico che permetta ai cittadini di partecipare
attivamente alle scelte politiche e al potere politico
di non essere soggiogato dalle forze del mercato. Di
una scienza al servizio del bene comune, capace di aumentare
la conoscenza. Il progetto per la realizzazione di questo
breve scritto è nato per coinvolgere i ragazzi
delle scuole secondarie superiori, ma durante la fase
di raccolta ed elaborazione del materiale è nato
il desiderio di rivolgerci anche ad un pubblico più
ampio. Si parte dalla presentazione del paradigma scientifico
che ha reso possibile la modificazio- ne genetica degli
esseri viventi e dalla critica alla tecnologia da cui
si ottengono gli Ogm. Si prosegue mostrando gli errori
dell’agricoltura industriale che ignora e distrugge
la biodi- versità e l’agrobiodiversità
e la correlazione tra questo modello di sviluppo agricolo
e quel- lo proposto/imposto con l’introduzione
degli Ogm. Infine, si mettono in risalto le problematiche
connesse all’uso di Ogm in agricoltura e si descrive
la situazione attuale in Europa. Alla fine di tutto
questo percorso ci sono alcune domande, che possono
essere utilizzate per verificare il livello di comprensione
dell’argomento, giocando in squadre e assegnando
un punto per ogni risposta esatta.
Simona Capogna
Esecutivo Nazionale VAS
DALLA
GENETICA CLASSICA...
Ogni
forma di vita sul pianeta è caratterizzata dal
fatto che si riproduce, dando origine a nuove gene-razioni
di individui che hanno tutte le caratteristiche dei
genitori. Nelle piante come negli animali, due organismi
adulti, uno maschile e uno femminile, si uniscono e
formano un piccolo semino dal quale si svilupperà
un nuovo individuo adulto. Come è possibile che
da una sola cellula uovo fecondata, o da un seme, si
sviluppino poi gli alberi, i fiori, i pesci, gli uccelli
e tutti gli animali, le persone, con tutta la loro diversità
di caratteristiche, e gli organi e le funzioni che conosciamo?
Il segreto sta racchiuso in una piccola molecola che
è nascosta nel nucleo di tutte le cellule: il
DNA(acido desossiribonucleico). Possiamo immaginarlo
come un grande gomitolo avvolto su se stesso, il cui
filo non è fatto come una treccia o un lac- cio
di scarpe, ma come una scala di corda, con due tiranti
interlac- ciati da pioli e arrotolata a spirale, formando
una doppia elica che assomiglia un po’ai fusilli
che mangiamo. Ma per dirla tutta, un fusillo così
lungo e sottile non sarà mai inventato: anche
se sta ben nascosto dentro le cellule, infatti, negli
organismi più semplici il DNAè composto
da duecentomila “scalini”, mentre negli
uomini gli scalini sono circa tre miliardi. Per avere
un’idea di quanto è sottile questa doppia
elica, devi sapere che se lo stirassimo,
il DNAdi una sola cellula umana raggiungerebbe la lunghezza
di circa un metro, e pensa che nel nostro corpo ci sono
tante cellule che se mettessimo in fila tutte queste
cordicelle otterremmo una scala circa mille volte più
lunga della distanza che separa la terra dal sole! Ma
come fa il DNAa “spiegare” a una cellula
che deve diventare rana e a un’altra che deve
diventare albero, e come fa nell’albero a differenziare
la foglia, dalla radice, dal tronco? Proveremo ad affrontare
il discorso con la massima semplicità. Chi ha
già qualche nozione di biologia molecolare, o
addirittura di biochimica, troverà riduttivo
quello che sta per leggere, ma per adesso ci accontenteremo.
Pur essendo una molecola lunghissima, il DNAè
costruito da pochi elementi che si ripetono in combina-
zioni ricorrenti, a formare dei pezzi più lunghi
chiamati geni, e sono proprio questi a costituire le
unità elementari di informazione ereditaria.
In ogni cellula, ce ne sono abbastanza da descrivere
e replicare le caratteristiche dell'organismo a cui
la cellula appartiene, sia quelle tipiche della sua
specie (come le branchie dei pesci, le foglie degli
alberi la coda di ogni razza di cane) sia le particolarità
di ogni individuo (dal colore dei capelli alla forma
dei piedi). Le cellule più ricche di informazione
sono quelle staminali, che si formano per prime, quando
cioè un organismo non è molto diffe- renziato,
e quindi contengono ancora tutta l'informazione possi-
bile. Man
mano che le divisioni aumentano l'organismo prende letteralmente
corpo: le cellule si specializzano, acquisendo alcu-
ne funzioni specifiche e perdendo le altre. Si formano
così i tes- suti, gli organi e si avviano le
loro funzioni. In pratica, dall'inter- no del nucleo
della cellula, ciascun gene attraverso una catena di
reazioni avvia un particolare processo chimico; questo
processo porta alla costruzione dei pezzi ele- mentari
dell'organismo vivente, e allo svolgimento delle sue
funzioni. Quindi è nei geni che sta scrit- to,
ad esempio, se una pianta resiste alla siccità
o ad un certo parassita, come nei geni del parassi-
ta sta scritto se può pungere tal pianta o tal
animale. Dalle particelle sub-cellulari ai tessuti agli
apparati degli ani- mali e delle piante più svilup-
pate, i geni dunque fanno par- tire gli impulsi che
si traducono in nuove cellule per la crescita e la sostituzione
di quelle morte, la produzione di sostan- ze necessarie
alla cicatrizza- zione di un taglio, la digestione o
alla fotosintesi e tutte le altre proprietà e
funzioni degli esseri viventi. I primi a descrivere
la mole-
cola
del DNA sono stati due scienziati, Watson e Crick, che
per la verità hanno usato anche i risultati ottenuti
da altri colleghi. Questi due però sono diventati
più famosi anche perché hanno vinto il
premio Nobel per la loro sco- perta. Ed è comprensibile,
perché questa scoperta ha aperto un nuovo ramo
della biologia, permettendo alla scienza di esplorare
il mistero della trasmissione dei caratteri e della
loro codifica, cioè il vocabolario segreto nel
quale sono scritte tutte le invenzioni fatte dalla natu-
ra da quando la vita esiste! Per esempio, noi oggi sappia-
mo quale gene controlla il sesso di un individuo che
sta per nascere, e sappiamo dove si trovano le sequenze
che possono dirci in anticipo se ha una certa malattia,
o se un frutto ha la buccia liscia, pelosa, grossa o
fine. Le forme di vita si sono evolute in modo che tutte
queste informa- zioni, e tutte le istruzioni per mantenere
e far riprodurre gli organismi si trasmettono attraverso
le generazioni: ad ogni passaggio dai genitori ai figli
si ha una ricombinazione di geni con variazioni minime
rispetto alle caratteristiche dei primi. La scoperta
del DNA, dunque, ha permesso di studia- re dei fenomeni
che, fino a quel momento, erano solo ipotesi, e nei
laboratori di biologia cellulare si è cominciato
a cercare sempre maggiori dettagli sulle informazioni
contenute in questa misterio- sa molecola.
...ALLA
GENETICA RIDUZIONISTA
Nonostante
il grandissimo entusiasmo che ha accolto la scoperta
del DNA, questa non è stata in grado di spianare
la strada alla comprensione del segreto della vita…che
rimane, quindi, tuttora un miste- ro! Il presupposto
che guida lo studio del DNAè che la trasmissione
dell'informazione avvenga dal DNAal resto della cellula
in forma univoca, cioè senza ambiguità:
da un solo gene (tratto di DNA), attraverso un procedimento
ben preciso, ad una sola funzione cellulare e ad un
solo tratto fenotipi- co (aspetto visibile) o funzionale
(reazione chimica) dell'organismo. È da questo
presupposto che discende la certezza di poter modificare
una specie vivente con un risultato perfettamente control-
lato, creando un organismo con le caratteristiche desiderate.
Tra gli esperti, questo approccio viene chiamato riduzionismo.
È un tema che i docenti di filosofia dovrebbero
trattare assieme a quelli di fisica, anche se i programmi
scolastici raramente lo prevedono, e spesso nemmeno
all'università si arriva ad approfondire quest'argomento.
Vi faremo adesso un breve cenno. Il riduzionismo era
stato già enunciato da Cartesio come metodo adatto
a scomporre ogni proble- ma in sottoproblemi per poi
ricomporre le soluzioni. Se ne volete un esempio, potete
pensare al modo in cui si risolvono le equazioni algebri-
che. Lavorando sul DNAappena scoperto, Crick estende
a questa molecola l'approccio riduzionista. Prevede
cioè che, come una macchina, la cellu- la sia
predeterminata dal DNAe indifferente al contesto. Come
ad una macchina si può sostituire una ruota senza
che tutti gli altri ingranaggi vengano modificati, o
installare l'impianto a gas senza effetti sui fari,
pensò che sarebbe stato possibile prendere un
pezzo di DNAdi un organi- smo e innestarlo nella doppia
elica di un altro. E di controllare perfetta- mente
le conseguenze perché la sequenza innestata avrebbe
assunto, nella nuova posizione, le sue funzioni precedenti,
così come una ruota continua a girare e i fari
ad accendersi e spegnersi quando ad un'auto si aggiunge
l'impianto a gas, o quando si accende l'aria condizionata.
Non ci vuole molto a capire che la manipolazione genetica
degli esseri viventi (ingegneria genetica) assunse immediatamente
un grande interes- se economico: proprio come gli optional
su un’auto, le nuove caratteristiche degli esseri
viventi modificati potevano servire a chi li avrebbe
acquistati e arricchire i loro sviluppatori. E su questi
sviluppi si aprivano prospettive da fantascienza! Ancora
oggi c’è molta attesa ed entu- siasmo,
ed una generazione di ricercatori ha dedicato e dedica
tutti i suoi sforzi a questa ricerca, per riuscire ad
utilizzare ed adeguare alle nostre necessità
tutti gli organi di tutte le piante e gli ani- mali
che esistono sulla faccia della terra, e di altri che
ancora non si sono mai visti. Sembra esage- rato, ma
sono parole testuali del premio Nobel del 1993 per la
chimica: Kary Mullis, lo scienziato (discusso quanto
geniale) che ha inventato un procedimento chiamato PCR
(reazione a catena della polimerasi): grazie a questa
sua idea laboratori di tutto il mondo, partendo da campioni
microscopi- ci, e con strumenti e spese relativamente
contenute, riescono oggi a far moltiplicare il DNAdi
ogni organismo fino ad averne quantità sufficienti
per esaminarlo, e fare così nuove scoperte. Ciò
ha per- messo lo sviluppo di applicazioni nella lotta
ai tumori, nell'individuazione di criminali, nelle analisi
di paleontologia e di antropologia molecolare. Si applica
inoltre allo studio del genoma di organismi non coltivabili,
quali numerosi batteri e protisti, e per lo studio di
popolazioni in ecologia. Secondo il suo autore, in seguito
a questa scoperta “la nostra volontà si
compirà sulla terra, mentre volere- mo nel cielo,
tra le stelle”. Tuttavia a 14 anni dal Nobel di
Mullis, restiamo ancora ben lontani dalla “conquista
del DNAe dell'Universo”. Nel frattempo altri scienziati
hanno fatto scoperte interessan- ti e di segno molto
diverso. Infatti, man mano che avanzava, la ricerca
si è trovata davanti ad evidenze sperimentali
diverse da quelle attese in base al riduzionismo. Parte
delle cose che avete letto fin qui, dunque, dovrete
ricon- siderarle non come espressione della Verità,
ma di una teoria scientifica. Come tutte le teorie,
è valida finché non se ne trova una migliore,
capace cioè di spiegare un maggior numero di
fatti spe- rimentali (questa considerazione dovrebbe
essere scolpita sulle porte delle
aule di scienze, quindi vi suggerisco di tenerla a mente).
Per fare un esempio di come l’approccio riduzionista
sia fallace, basta pensare al più ambizioso pro-
gramma di ricerca concepito in biologia molecolare:
il Progetto Genoma Umano. L’idea era quella di
ottenere la mappatura completa del genoma umano, individuando
le funzioni del nostro DNA gene per gene, fino a decrittare
la chiave di tutte le caratteristiche fisiche (ma non
soltanto fisiche) del- l'essere umano, tra le quali
le cause di malattie genetiche come la Sindrome di Down
e dell'emofilia, ma anche di malattie psichiatri- che.
Questo progetto ciclopico ha coinvolto scienziati in
50 paesi, e dal 1991 al 2003 ha finanziato e impegnato
la ricerca di genetisti e gruppi di ricerca di fama
mondiale, spesso in gara e contrasto aper- to, tanto
che la storia del progetto genoma potrebbe facilmente
ispirare più di un thriller. La tanto ambita
mappatura dei tre miliardi di gradini del genoma umano
è stata ormai pubblicata, ma le conclusioni sono
tutt’altro che definitive. Anzi tutti i ricercatori
coinvolti concordano sul fatto che conoscere la sequenza
non significa capirne il funzionamento. Infatti (e alla
faccia del riduzionismo) anche se sappiamo come è
fatto, siamo lontanissimi dall'aver capito come lavora
il nostro DNA! Anche perché è ormai chiaro
che i geni non possono spiegare tutto: gli scienziati
si aspettavano di rintracciare centinaia di migliaia
di geni nella specie umana, mentre ne sono stati contati
circa 30.000. Un numero esiguo per spiegare la complessità
dell’organismo umano, rispetto ad una pianta che
può contare su circa 28.000 e un verme che ne
ha 18.000. Tra l'altro, si è raggiunta la sconcertante
conclusione che il 90% del DNAnon ha funzione di codifica,
cioè, non porta informazione, quindi non fa niente
di prevedibile e non ha nessuna “utilità
pratica”. Gli scienziati ci hanno messo poco ad
appellarlo DNAspazzatura, danno argomenti a quelli che
da sempre avevano espresso dubbi sull'approccio riduzionista.
Se lavorando per più di 10 anni e senza limiti
di risorse su una ricerca pianificata da noi stessi
riusciamo a spiegarci solo il 10% dell'oggetto della
ricerca, potremmo anche pensare che c'era qualcosa di
sbagliato nelle premesse, no? Un altro risvolto quantomeno
delicato dell'approccio riduzionista è la visione
delle malattie menta- li. Se (come affermano alcuni)
le psicosi maniaco-depressive hanno davvero una componente
gene- tica dell'80% circa, l'intelligenza e la schizofrenia
sono geneticamente determinate al 60%, questo comporta
una rivoluzione su come affrontare tali problematiche
sul piano sociale, familiare, educa- tivo, terapeutico.
Insomma, nel tentativo di isolare il gene, per descriverne
la funzione, si perde completamente di vista il contesto,
che invece quantomeno in alcune malattie ha un ruolo
fonda- mentale, sia nelle cause che nelle terapie.Più
in generale, il contesto è forse il grande problema
del riduzionismo, a livello molecolare, cellulare, e
di organismo.
QUALCHE
DUBBIO SULL’INGEGNERIAGENETICA
Tutti abbiamo visto qualche documentario sulla doppia
elica (DNA) che si stira, si apre come una cer- niera
lampo lasciando scoperti dei denti con un profilo particolare
sui quali come in un puzzle si viene formando una nuova
metà della lampo, in modo che da una sola cerniera
se ne formano due uguali. Sappiamo anche che può
farlo per intero, quando una cellula si duplica e bisogna
rifare tutto il nucleo, oppure solo in parte, quando
viene attivato un pezzetto della sequenza, per innescare
un processo biochimico come ad esempio l'assorbimento
di sostanze esterne alla cellula, per il suo sostentamento
o per la produzione di altre sostanze (nuove cellule
della pelle, le unghie, i succhi gastrici). Il funzionamento
del DNAè un meccanismo così incredibilmente
geniale da aver fatto pen- sare più di uno scienziato
(non autore di fantascienza) che ci dev'essere una forma
di vita intelligente fuori dal nostro pianeta, che ad
un certo punto ha spedito sulla terra questo microcoscopi-
co scherzetto intorno al quale si è sviluppata
la vita. Stupitevi pure: lo stesso Crick, scopritore
del DNA, si fece quest'idea! Nelle specie naturali,
la precisione del meccanismo è tale che si registra
un errore ogni dieci miliardi di nucleotidi per ciascuna
divisione cellulare (provate a fare un esercizio banale
e traducete questo numero in percentuale, annotando
il risultato al margine
del testo. Avrete bisogno di metterci un bel numero
di zeri!). Comunque sia, quando la doppia spirale si
apre, per chiudere ogni dente della nuova metà-sequenza
vengono pescate molecole che “nuotano libere”
nei dintorni. Una delle scoperte recenti della bio-
logia molecolare è che l'inserimento del nuovo
nucleotide (l'ele- mento base della coppia che forma
un gradino della scala) è mediato da un secondo
oggetto, la DNA polimerasi, che si installa momentaneamente
sul nucleotide “monco”, cambia assetto e,
con la sua forma e i legami chimici che induce, aiuta
non poco l'iserimento del nuovo pezzo al posto giusto.
Cosa vuol dire “non poco”? Vuol dire che
sebbene l'informazione genetica sia completamente rac-
chiusa nel DNA(infatti anche la polimerasi viene sintetizzata
a partire da “istruzioni” date dal DNA)
la polimerasi che si trova nel nucleo è indispensabile
alla replicazione, e che se alteriamo la com- posizione
del DNA, inserendo o sottraendo geni, la chimera ottenuta
sarà fatta di cellule nelle quali la duplicazione
del DNAnon trova tutti gli elementi necessari, proprio
perché si perde la corrispon- denza perfetta
tra il DNAe il resto del nucleo, e gli errori di duplicazione
saranno molto maggiori.
NON
SIAMO SOLO GENI...
Dobbiamo considerare inoltre, che le specie viventi
non sono solo un'espressione visibile del DNAnascosto
nelle loro cellule, ma sopra- tutto il risultato di
un tempo lunghissimo di evoluzione e adattamento agli
ambienti, avviato con la comparsa della vita sulla terra.
Per farci un'idea sui tempi, i fossili dei primi batteri
risalgono a più di tre miliardi e mezzo di anni
fa, mentre le prime forme di vita com- plesse sembrano
apparire circa 600 milioni di anni fa. Nel frattempo,
tutto sul pianeta è cambiato radicalmente tantissime
volte: tem- perature, piogge, composizione dell'atmosfe-
ra, durata delle stagioni, radiazione solare... davvero
tutto quello che potete immaginare. Anzi, se riuscite
a fare una lista (motivata, ovviamente) delle cose che
influiscono sulla vita di una pianta o di un animale
avrete fatto un bell'esercizio di ecologia. Fattostà
che tutte le forme di vita si sono evolute e diver-
sificate adattandosi ogni volta a nuove condi- zioni,
grazie anche al fatto che da una generazione a quella
dopo gli incroci tra genitori diversi hanno sempre generato
nuovi individui ancora un po' diversi, e tra questi
ce n'era qualcuno che si adatta- va meglio alle condizioni
intorno, o si poteva muovere alla ricerca di un ambiente
più ospitale, espandendo la regione abitata del
nostro pianeta (chiamiamola pure biosfera) dall'acqua
degli ocea- ni alla terra, e dalle zone più calde
verso i poli, finché sono rimasti davvero pochi
gli ambienti ai quali qualche forma di vita non si sia
adattata. E le forme di vita sono così legate
fra di loro che pra- ticamente non ne esiste nemmeno
una che possa fare a meno di qualcun'altra, e quindi
nessuna, ma proprio nessuna può scomparire senza
che la sua scomparsa sia dannosa per l'equilibrio dell'ambien-
te intorno. Ad esempio, in mezzo alle radici di certe
piante vivono dei batteri che sono capaci di assumere
l'azoto gassoso dall'aria (è il suo maggiore
componente, anche se per noi è inerte, quindi
non ce ne accorgiamo) mangiarselo (metabolizzarlo) e
restituirlo catturato in nuove forme moleco- lari che
le altre piante riescono ad assorbire. Noi questi batteri
non li vedremo mai ad occhio nudo, ma in natura sono
indispensabili per lo sviluppo di tutte le piante, e
per l’introduzione di azoto nei sistemi viventi,
noi compresi, attraverso le piante e gli animali erbivori.
Un altro esempio si può fare sul nostro corpo:
nell'intestino ci sono milioni e milioni di piccoli
batteri, che si mangiano la nostra cena dopo che l'acido
dello stomaco l'ha ridotta in una poltiglia acida, e
la restituiscono pronta per essere assorbita da noi
in forma di nutrienti ed altre sostanze che attraversano
la parete intestina- le, vengono caricate nel sangue
e portate a tutto il corpo per alimentarlo e mantenerlo
sano. Questi esserini nascono, si riproducono e muoiono
nel nostro intestino, che per loro dunque non è
un tubo buio e puzzolente ma tutto l'universo, e sono
così importanti per il nostro corpo che quando
stanno male è un guaio per noi, e ci possono
venire un bel po' di malattie. Avolte in seguito ad
un’infezio- ne, i medici ci prescrivono gli antibiotici,
alcuni dei quali servono a far piazza pulita di tutta
la popo- lazione intestinale, in modo che i patogeni
vengano eliminati. Avete mai sentito dire che bisogna
stare attenti a non buttare il bambino con l’acqua
sporca? Chi li ha presi sa che questi antibiotici fanno
una vera e propria strage, eliminando anche i batteri
intestinali, per cui non si digerisce più bene
e ci si indebolisce molto, e dopo bisogna prendere dei
fermenti apposta per ricostruire i micror- ganismi nell’intestino,
altrimenti prima di ricominciare a digerire il cibo
passa un bel po’di tempo! Da questi due esempi
un po’banali possiamo capire che la vita è
una faccenda davvero complica- ta, che coinvolge le
relazioni tra diversi individui della stessa specie,
le relazioni fra specie diverse e l'ambiente circostante.
Una delle principali risorse della vita è l'immensa
varietà delle sue stesse forme, dalla scala più
piccola, e quindi la varietà genetica degli individui
di una specie, alla scala media, come presenza di specie
e varietà diverse, a quella più grande,
espressa come differenza di ambienti ed ecosistemi:
tutto questo in una parola si chiama biodiversità,
ed è così importante che quasi tutti i
governi del mondo se ne sono accorti, e (almeno a parole)
la tutelano: la Convenzione sulla Biodiversità
Biologica nata nel 1992 durante il Summit di Rio è
stata sottoscritta da 91 paesi e successivamente adottata
da 127 governi.
L’IMPORTANZA DELLE
RELAZIONI
Anche
noi apparteniamo alla biosfera, e da quando esiste,
la nostra specie si è a sua volta adattata ai
diversi ambienti, che con le sue azioni ha contribuito
a trasformare. In particolare, da quando ha cominciato
a costruire case, allevare animali, e specialmente a
col- tivare la terra l'uomo ha creato degli spazi in
cui la varietà di specie si è modificata,
e con l'agricoltura ha anche contribuito, non poco,
a dare origine a specie nuove, selezionando semi di
piante partico- lari e figli di animali con caratteristiche
speciali, stando attento a quali di questi nuovi individui
si adattava meglio ai diversi posti in cui venivano
piantati e allevati. I risultati di queste selezioni
sono spettacolari, e non a caso, il verbo addomesticare
si usa sia per gli animali sia per le piante: come dal
lupo discende il cane, e il pas- saggio ha richiesto
circa cinquemila generazioni per portare alla prima
specie animale addomesticata, così dal grano
selvatico, i cui semi cadono al suolo quando è
maturo, discende quello che conosciamo, con delle grosse
e pesanti spighe che restano appe- se a uno stelo sottile
in attesa del raccolto. Apartire dalle regio- ni d'origine
delle principali specie coltivate (dove se ne trovano
tantissime varietà, molto diverse al loro interno)
alcune comuni- tà umane hanno cominciato ad alimentarsi
e portarsele dietro negli spostamenti verso altre zone,
aumentando l’area di diffu- sione e favorendo
lo sviluppo di nuove varietà. Ad esempio, il
cavallo viene dalle steppe asiatiche, il grano dalla
Mesopotamia (oggi Iraq) gli agrumi dall'Asia continentale,
i fagioli dall'America Centrale, le patate dalle Ande
e così via (e l'uomo, sapete da dove viene?).
In un percorso durato a volte secoli, a volte millenni,
i semi hanno seguito le popolazioni migranti, o sono
passati di mano in mano, di mercato in mercato lungo
i grandi fiumi e le piste commerciali, attraversando
deserti, oceani e continenti e trovando nuovi ambienti
e nuovi ecosistemi in cui inserirsi, ricavando una pro-
pria nicchia. Sono nati così gli agroecosistemi,
dove tutte le specie presenti si adattano alla perfe-
zione all'ambiente (clima, suolo, acqua disponibile)
e si creano nuove e complesse interazioni, con le piante
addomesticate che si affiancano a quelle selvatiche,
dando anche asilo a molti insetti. Alcuni di questi
insetti sono dannosi per i raccolti, e ad altri li cacciano
e fanno un lavoro utile per l'uomo. Tra le diverse popolazioni
si raggiunge sempre un equilibrio che l'uomo cerca di
spingere verso i risul-
tati più vantaggiosi. Durante la storia, così,
abbiamo assimilato l'importanza della diversità
natura- le, perché la sopravvivenza è
legata alla produzione di alimenti, e questa al mantenimento
delle spe- cie naturali, quindi all'aumento della loro
diversità, attraverso l'addomesticamento, l'adattamento
e le selezioni successive. L'ecologia, e tutta questa
faccenda dello sviluppo della vita, del ruolo dell'uomo
nella biosfera, dello sviluppo congiunto dell'a- gricoltura
e delle specie selvatiche, e dei suoi rapporti con la
sto- ria, si merita ben più delle poche parole
che le abbiamo dedica- to, e non possiamo certo dire
tutto in pochi paragrafi. Pensate che ci sono agronomi,
ecologi, chimici, biologi, storici ed altri scienziati
che se ne occupano per anni e anche per tutta la vita,
e le loro conoscenze si accumulano in biblioteche dove
nuovi libri compaiono ogni anno a centinaia. Certe volte
questi scienziati sono così specializzati che
sanno quasi tutto su una sola cosa e poco o niente di
quasi tutte le altre. C'è sempre il rischio,
quindi, di banalizzare la complessità della natura
e interpretare gli organismi come fossero macchine,
sottovalutando le relazioni naturali e le conseguenze
delle proprie posizioni. Per questo è utile lavorare
in gruppi di ricerca multidisciplinari.
PRIMA DEGLI OGM...L’AGRICOLTURA
INDUSTRIALE
Come abbiamo appena visto, con l'avvento del modello
produttivo industriale si è preteso di assimi-
lare la produzione agricola a quella di una fabbrica,
ottimizzando la produzione in funzione del solo profitto
economico della vendita dei raccolti o dei prodotti
trasformati. Siccome i costi di produzio- ne sono minori
se il lavoro da fare è ripetitivo e automatico,
si è cercato di estendere ed omogeneizzare le
aree coltivate, per renderle lavorabili con macchine
sempre più grandi e veloci, ridu- cendo il tempo
e il personale necessario. Questo processo ha subìto
una spinta gigantesca a partire dall'inizio del ventesimo
secolo, e in pochi decenni ha causato un cambiamento
così radicale dell'a- gricoltura, che oggi lo
si chiama comunemente “rivoluzione verde”.
Da piccoli campi agricoli, circondati da zone a riposo
o selvatiche con una buona diversità animale
e vegetale, si è passati a delle grandi monocolture.
Si
sono sviluppate sostanze capaci di nutrire le piante
anche sui suoli più sterili, si è cercato
di ridurre la diversità a vantaggio di specie
facili da omogeneizzare e sincronizzare, per avere raccolti
massicci e con- centrati, poterli trasportare in grossi
camion, trattare e trasforma- re in grossi impianti.
Per mezzo della clonazione, si è riprodotto un
seme sempre identico (clone) sostituendolo alla varietà
naturale di sementi e specie, con un impoverimento generale
delle risorse agricole che erano state selezionate nella
storia e che erano a dis- posizione dei contadini fin
da quando l'agricoltura è nata. Nel mondo, diverse
migliaia di varietà vegetali sono già
scomparse, sostituite da monocolture che sono più
facilmente attaccabili da parassiti e da malattie. Queste
sono basate su apporti di sostanze chimiche esterne
all'ambiente naturale, sul lavoro di macchinari a grande
richiesta di energia (carburante) e pochi interventi
manuali. Così, industrializzando la pro- duzione,
la trasformazione e la commercializzazione, si è
riusciti ad aumentare tantissimo la produ- zione e a
ridurre i costi, dando vita al mercato mondiale delle
derrate alimentari, con una concor- renza sempre più
agguerrita, che ha continuato a spingere il processo
per ridurre ancora i costi e raggiungere prezzi finali
sempre più bassi. Afarne le spese, ovviamente,
sono stati i piccoli produt- tori di tutto il mondo,
soprattutto quelli che per mancanza di fondi da investire,
di credito, di acces- so alla tecnologia o al mercato
sono stati spiazzati dalla concorrenza di prodotti che,
magari dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri,
arrivano sui loro mercati con prezzi bassissimi (dumping).
Per farci un'idea dell'ordine di grandezza che distanzia
i due modelli agricoli, che chiameremo indu- striale
e familiare, e delle dimensioni in gioco, passiamo a
confrontare qualche dato (attenzione però: come
abbiamo già detto, i fattori che influenzano
la vita sono molti e molto variabili, i dati dipendono
molto dall'equipaggiamento disponibile, dal terreno
e dal clima). Su un miliardo e trecentomila contadini,
al mondo esistono 28 milioni di trattori, cioè
il 2% degli agri- coltori lavora col sistema industriale
al meglio della sua espressione: se ben organizzato,
in queste condizioni un solo lavoratore può produrre
fino a 2000 tonnellate di grano all'anno. Dietro questa
minoranza, ci sono circa 700 milioni di contadini che
lavorano senza mezzi a motore (trattori o moto- coltivatori)
ma dispongono di semi selezionati, fertilizzanti e pesticidi,
e magari di animali da tra- zione: questi agricoltori
riescono a produrre da 10 a 40 tonnellate di grano all'anno.
Infine, ci sono circa 600 milioni di contadini che lavorano
ancora con strumenti a mano, senza un giogo di buoi,
senza semi selezionati, senza fertilizzanti e pesticidi.
Quest'ultima categoria, che non dispone di cloni e sementi
selezionate, ha in mano l'intero patrimonio della biodiversità
agricola sopravvissuta alla rivoluzione verde, ma non
se la passa molto bene: infatti può produrre
circa una tonnellata di grano per ettaro all'anno. Quasi
sempre, i contadini meglio equipaggiati lavorano in
imprese che dis- pongono anche estensioni di terra enormi,
di migliaia di ettari, mentre quelli che fanno tutto
a mano hanno terreni inferiori ad un ettaro, piccolissimi
e quasi sempre inferiori alle superfici che potreb-
bero lavorare. Si capisce, dunque, che i secondi sono
anche i più poveri. Infatti, un campo di mais
industriale ne contiene in media tremila familiari,
e con lo stipendio di un solo operatore produce quanto
un esercito di piccoli contadini. Insomma, l'agricoltura
industriale genera profitti per una minoranza di grandi
interessi mentre la povertà degli agricoltori
è legata a questi disequilibri nella produzione
e nella distribuzione della terra.
GLI
ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI: OGM
Abbiamo visto che l’agricoltura industriale ignorava
le caratteristiche dell’ecosistema e pretendeva
che fosse l’industria a fornire tutti gli elementi
necessari per lo sviluppo della pianta (protezione da
insetti e virus, fertilizzanti, riduzione di erbacce).
Gli Ogm nascono all’interno dello steso paradig-
ma industriale: si continua ad ignorare l’ecosistema
e a fornire alla pianta tutto quello di cui neces- sita.
Come nell’agricoltura industriale, le piante oggetto
di “miglioramento” sono state soprattutto
quelle che garanti- scono una produzione estensiva,
come mais, soia, cotone. La differenza è che
non si agisce più solamente sull’ambiente
esterno attraverso l’irrorazione di sostanze chimiche,
ma anche su quello interno, attraverso la modificazione
del codice gene- tico della pianta stessa. Gli Ogm sono
anche il frutto della visione riduzionista e degli studi
sul DNA, che hanno per- messo di manipolare il codice
genetico degli esseri viventi. L’idea era di farlo
copiando un pezzo di DNAdi un organismo nel DNAdi un
altro, per aggiun- gergli delle caratteristiche che
in natura non aveva. Questa manipolazione, tecnicamente,
non è molto difficile, e gli esperimenti sono
andati avanti rapidamente portando a scoperte a prima
vista entusiasmanti. “Per esempio” - pensavano
gli scienziati – “se riuscissimo a mettere
a punto una specie di soia che resiste ad un vele- no
molto tossico, potremmo usare quel veleno senza danneggiare
la soia, uccidere tutti i parassiti ed avere un raccolto
abbondante. Oppure potremmo riuscire a far sintetizzare
dentro il chicco di riso una vitamina nutriente che
di solito sta nella pellicina del seme, in modo che
anche se la pellicina viene levata, il chicco fornisca
un alimento migliore ai contadini affamati dei paesi
poveri”. Si possono insomma mettere dei pezzi
di un essere vivente nel corpo di un altro ed ottenere
nuovi esseri, senza che questi, tuttavia, assomiglino
alle fantasiose e mostruose chimere dei bestiari medievali
(e di certi videogiochi). Gli Organismi Geneticamente
Modificati (OGM), così sono chiama- ti gli esseri
viventi che hanno subito una mutazione genetica in laboratorio
(attraverso la tecnica del Dna ricombinante o ingegneria
genetica), non sono facilmente riconoscibili rispetto
alle controparti naturali. Infatti, un mais geneticamente
modificato non è distinguibile, ad occhio nudo,
da un mais convenzionale. Ciò che lo differenzia
sono i geni estranei (transgeni) che gli vengono aggiunti
attra- verso le tecniche dell’ingegneria genetica.
Gli Organismi Geneticamente Modificati possono essere
chiamati anche Organismi Transgenici o Chimere. Avendo
parlato di riduzionismo, non ci stupisce vedere che
si parla proprio di “ingegneria”. In fondo,
si sottolinea il fatto che l'intervento sul DNAè
completamente “meccanico” anche se ad essere
“smontato e rimontato” non è una
macchina, ma un organismo vivente! Per “smontare
e rimontare” il Dna si usano “attrezzi”
speciali: gli enzimi. Quelli di restrizione sono capaci
di tagliare il Dna in punti specifici, mentre gli enzimi
“ligasi” sono capaci di ricucire i geni
all’interno di una nuova molecola. La prima molecola
transgenica fu creata da Paul Berg nel 1971, ma l’esperimento
che fornì una tecnica elementare ed accessibile
agli scienziati fu quello portato avanti da due ricercatori
di università pubbliche (Cohen e Boyer), nel
1973. Insieme alle aspettative per il futuro della ricerca,
questi esperimenti generarono una certa ansia tra gli
stessi scienziati: essi erano capaci di creare nuove
forme di vita ma non avevano strumenti per impedire
la diffusione nell’ambiente di organismi nuovi,
potenzialmente pericolosi per l’ambiente e per
l’uomo. Per evitare danni irreparabili, fu istituita
una Commissione (voluta dall’Accademia Nazionale
delle Scienze Americana) che chiese una moratoria immediata
delle sperimentazioni. Ma il dibattito, a questo punto,
cominciò ad essere condizionato dagli interessi
personali degli stes- si scienziati. Molti non volevano
lasciarsi sfuggire la possibilità di sfruttare
un filone di ricerca pro- mettente come quello aperto
dall’ingegneria genetica (magari per fare carriera),
mentre altri pen- sarono di fare profitto dalla loro
attività scientifica comprando azioni delle nuovissime
imprese bio- tecnologiche (start-up) o stipulando con
esse contratti di collaborazione. Solo per fare degli
esempi, Cohen diventò azionista della Genentech,
Berg della Dnax, solo due tra le tante società
private nate per trarre dalla ricerca sugli Ogm dei
vantaggi economici immediati
OGM,
AGRICOLTURA E AGROBUSINESS
Uno dei campi di applicazione più sensibili è
quello degli OGM in agricoltura, ed è proprio
di questi che ci occuperemo nel resto di questa lettura.
Anche in agricoltura, infatti, i biotecnologi si sono
dati da fare abba- stanza presto, ottenendo nuove specie
da sperimen- tare per poi metterle in produzione, e
quindi sul mercato. Il passaggio dal laboratorio al
campo è avvenuto senza che sia stato possibile
valutare l’impatto di un prodotto tecnologico
il cui controllo sfugge agli stessi ideatori. Infatti,
se nelle specie naturali, abbiamo visto che la divisione
cellulare presenta un errore ogni dieci miliardi di
nucleotidi, si registrano, per gli Ogm con Dna batterico,
mutazioni impreviste, tanto mag- giori quanto minore
è l’affinità tra le specie di origine.
Queste variazioni non sono visibili nel corpo della
pianta, intendiamoci: i semi OGM vengono prodotti in
campo come tutti gli altri, e riseminan- doli si ottengono
piante con caratteristiche identiche a quelle di provenienza,
incluse quelle indot- te. Il fatto è che il risultato
della creazione di questi semi è tutt'altro che
perfettamente controlla- to: non si sa se i nuovi geni
si attaccheranno al DNAoriginale, né quanti di
essi lo faranno. In prati- ca, dopo aver fatto l'OGM
nemmeno il produttore sa esattamente cos'ha per le mani
(il che fra l'al- tro sarebbe invece indispensabile
per potersi considerare “proprietario” dello
stesso OGM e per venderlo sul mercato). Gli effetti
non intenzionali si registrano praticamente in tutte
le piante OGM. Ad esempio, il mais Bt, modificato per
produrre una tossina insetticida, produce in realtà
anche più lignina, una sostanza che ne indurisce
il fusto e non ha niente a che fare con l’insetticida,
con con- seguenze sulla degradazione e sull'uso dei
fusti della pianta come cibo per animali. Lo stesso
vale per alcune patate transgeniche, che hanno rivelato
differenze inattese nell'aspetto, nella produzio- ne,
nel contenuto di alcune sostanze, con possibili conseguenze
su insetti ignorati dalla sperimenta- zione, e sul fronte
nutritivo sia per l'uomo che per gli animali. Il riso
modificato con un gene della soia per produrre glicinina
(una proteina di grande interesse nutritivo) produce
questa proteina pre- vista, ma ha anche un raddoppio
di produzione di vitamina B6, completamente inatteso.
Uno dei metodi per inserire il tratto estraneo di DNAin
una cellula vegetale prevede l'uso di un particolare
virus (il virus del mosaico del cavolfiore) che in teoria
è solo un vettore, totalmente estraneo al risul-
tato: ad esempio si usa per poter inserire nelle rape
un gene che le rende tolleranti ad un partico- lare
insetticida. Si è osservato però che le
rape diventano sensibili al virus del cavolfiore, e
dopo il suo attacco perdono la tolleranza all'insetticida
. Gli Ogm più diffusi nel 2006 sono stati soprattutto
soia (57%), mais (25%), cotone (13%) e colza (5%). Per
la prima volta, sempre nel 2006, è stata colti-
vata negli USAl’erba medica (su circa 80.000 ettari).
L’intervento dell'ingegneria genetica ha permesso
di modifi- care queste colture per conferi- re loro
principalmente due caratteristiche: la resistenza agli
erbicidi e la resistenza agli insetti. Il 68% degli
Ogm coltivati sono stati “costruiti” in
modo che fossero in grado di sopravvivere all’irrorazione
degli erbicidi, mentre il 19% esprimeva la pro- teina
Bt, che attacca l’apparato digerente dei parassiti
e ne determina la morte. Infine, l’13% è
composto da piante che presentano entrambi i caratteri
di resistenza ad un erbicida o di resistenza ad insetti.
Il vantaggio di questi Ogm doveva essere, a sentire
le campagne pubblicitarie delle aziende produt- trici,
di diminuire l’utilizzo dei pesticidi, con conseguenze
positive per l’ambiente e per la salute dei consumatori.
Mentre questi vantaggi sono ancora tutti da dimostrare
(nei Paesi in cui gli Ogm sono ampiamente coltivati
le evidenze empiriche dimostrano addirittura il peggioramento
delle condizio- ni sanitarie e ambientali) sicuramente
gli Ogm hanno determinato grandi profitti al mondo della
finanza e dell'industria. Già prima dell’arrivo
degli Ogm, le principali industrie sementiere selezionavano,
con metodi tradi- zionali (cioè per incroci successivi),
le piante più adatte ad assorbire fertilizzanti
o più resistenti ai pesticidi. Successivamente,
quando sono diventate chiare le potenzialità
dell’ingegneria genetica, i grandi colossi economici
multinazionali dell’agrochimica, Bayer, Monsanto,
Syngenta, BASF, Dupont (che vendono fertilizzanti e
pesticidi) hanno cominciato ad acquisire le aziende
sementiere e a con- tendersi il controllo delle sementi
geneticamente modificate. La logica è la stessa:
condizionare il comportamento naturale delle piante
per renderlo funzionale all'uso di input chimici. In
questo modo non si vendono sul mercato solo i semi,
ma anche altri prodotti e servizi che aumentano la produt-
tività dei campi. L’esempio più
conosciuto è quello della Monsanto. La multinazionale
agrochimica ha investito nella ricerca biotecnologica
per sviluppare sementi che resistessero al suo principale
prodotto: l’erbicida Round Up. Il brevetto sul
suo principio attivo, il glifosato, era scaduto nel
2000 esponendo la Monsanto alla concorrenza di altre
aziende. La risposta della multinazionale sarebbe dovuta
essere quella di ridurre il prezzo del Round Up e di
rinunciare ad una parte dei profitti, per continuare
a garantirsi un livello alto di vendite. Gli Ogm “Round
Up Ready” (resistenti al glifosato) sono stati
una soluzione ottimale: chi avrebbe acquistato le sementi
Monsanto sarebbe stato vincolato all’utilizzo
dell’erbicida “abbinato”. In questo
modo la concorrenza non avrebbe trovato spazi di mercato
da occupare.
BREVETTI
L’azienda che vende agli agricoltori i pacchetti
“Ogm-pesticida” ci guadagna due volte. Anzi,
tre volte: infatti -altra novità molto importante-
i semi OGM vengono venduti con un sovrapprezzo (chia-
mato royalty) rispetto alle sementi convenzionali, perché
le leggi di molti paesi permettono di bre- vettarli
come proprietà privata dell’azienda. Potendo
rivendicare questi diritti di proprietà, l'azien-
da può esigere che gli agricoltori ricomprino
i semi ogni anno, o paghino i diritti sulla tecnologia
quando utilizzano per la nuova semina parte del raccolto
precedente. I contadini, però, e non solo quelli
dei paesi più poveri, non sono convinti che sia
giusto riconoscere questi diritti speciali alle aziende
che vendono i semi OGM: è vero che esse hanno
messo a punto delle caratteristiche nuove nei loro prodotti,
ma è anche vero che la materia prima di partenza,
il DNAdelle spe- cie viventi, è un patrimonio
comune, frutto di centinaia di milio- ni di anni di
evoluzione naturale e interazioni anche con l’uomo,
e specialmente con gli allevatori e i contadini di migliaia
di generazioni. Nessuno, dunque, può dire che
la vita è sua, met- terci un marchio di proprietà
e venderla. E invece è proprio quello che succede,
a partire da quando, nel 1980, la Corte Suprema degli
Stati Uniti ha stabilito che un microrganismo che “mangiava
il petrolio” poteva esse- re brevettato (il brevetto
appartiene all’industriale Chakrabarty), come
se fosse stato non un esse- re vivente ma un ritrovato
tecnologico “frutto dell’ingegno umano”.
Brevettare qualcosa significa poter dire, appunto, che
quel qualcosa ci appartiene, significa rivendicarne
la proprietà. Da quel momento tutte le aziende
sementiere, e poi agrochimiche, hanno cominciato a rivendicare
diritti sulle piante ottenute in laboratorio, come se
fossero semplici manufatti. Fino all'arrivo degli OGM
ogni contadino poteva conservare una parte del raccolto
per riseminare alla stagione successiva senza dover
niente a nessuno. Invece, da quando comincia a produrre
coi semi “inventati” e brevettati dai biotecnologi
di un'industria, ad ogni semina dovrà pagare
una quota, anche se l'industria non fa più nessuno
sforzo. Un po' come pagare tutte le volte che ascoltiamo
un disco (dopo averlo già comprato) oppure comprare
una vacca, curarla ed alimentarla a proprie spese e
dover pagare una tassa a chi ce l'ha venduta tutte le
volte che la mungiamo. Questa logica, abbastanza paradossale,
è alla base della legislazione brevettuale, non
solo per le piante, ma anche per i farmaci. Oggi negli
Stati Uniti sono depositate circa tre milioni di richieste
di brevetto su frammenti di DNAumano (contro un numero
cento volte inferiore di geni umani). Sono già
numerose le cause fra paesi e multinazionali farmaceutiche,
che reclamano il diritto di brevetto e pretendono che
i loro interessi siano anteposti ai diritti umani e
alla sicurezza nazionale (la più “famosa”
delle quali è quella tra il Sudafrica e il cartello
Big Pharma per il brevetto sui farmaci anti- AIDS).
Inoltre, la corsa ai brevetti riduce molto lo scambio
intellettuale, la condivisione delle cono- scenze, perché
“vince” chi arriva primo e nessuno vuole
rischiare di vedersi “rubare” il proprio
sape- re. In questo modo la comunità scientifica
è privata della linfa vitale per crescere, e
la conoscenza si riduce ad uno strumento per fare profitti.
Il metodo scientifico subisce un colpo così (da
Galileo in poi) che Nature, una delle riviste scientifiche
più importanti del mondo, ha rifiutato di pubblica-
re articoli presentati da genetisti assolutamente illustri,
ma evidentemente condizionati fortemen- te dalla proprietà
intellettuale e dalla commercializzazione dei loro risultati.
IL
RIFIUTO DEGLI OGM
Dalla ricerca alla commercializzazione il passo in alcuni
paesi è stato molto breve, al punto che oggi
esistono superfici enormi degli Stati Uniti, del Canada,
dell’Argentina e della Cina coltiva- te con queste
piante, destinate sia alla produ- zione di mangimi che
all'alimentazione umana. In Europa c'è invece
una forte resistenza alla loro introduzione, per cui
fino ad oggi pochi paesi hanno avviato sperimentazioni
in campo, su superfici non molto grandi. Assieme alle
superfici coltivate con OGM, negli anni è cresciuta
la preoccupazione prima, e la contestazione poi di diversi
scienziati, associa- zioni di consumatori e movimenti
ambientalisti. Perché, cosa c'è da stare
attenti? Come spesso accade, chi si concentra su un
aspetto solo di una faccenda complessa, perde di vista
tutti gli altri. E' un po' come quando si viaggia in
auto: chi guida si concentra sulla strada mentre i piccoli
guardano dal finestrino: notano meglio il paesaggio,
le case, la gente che passa. Così, mentre i biotecnologi
avanzava- no nella ricerca sul DNAe le grandi industrie
diffondevano i nuovi semi, qualcuno ha cominciato a
farsi domande su altri aspetti della fac- cenda. Alcuni
scienziati hanno posto il pro- blema della perdita di
biodiversità. I dubbi sollevati sono diversi:
se la bio- tecnologia permette di allevare pian- te
resistenti agli erbicidi, con cui vengono irrorate,
questi erbicidi fini- ranno per sterminare altre specie
di piante (generalmente indicate come erbacce) con cui
oggi esse convivono magari ai bordi dei campi coltivati,
o tra i filari dei frutteti. E se queste “erbacce”
scompaiono, scompariran- no gli insetti che abitano
fra le loro radici o sulle foglie, le farfalle e le
api che mangiano il loro nettare, gli uccelli che mangiano
quelle api e così a catena, portando ad un sostanziale
impoverimento dell’habitat. Ci sarà meno
sostanza organica nel suolo, e meno microrganismi per
decomporla e rendere il suolo fertile, per cui dovremo
ricorrere sempre più a ferti- lizzanti chimici,
avvelenando il terre- no e le acque che filtrando nel
suolo fluiscono verso le falde acquifere, e quindi alla
fine anche i fiumi, i mari e tutti i loro abitanti,
il nostro cibo, noi stessi. Insomma, un'agricoltura
troppo affidata alla chimica e alla biotecnologia è
esattamente il contrario dell'agricoltura sostenibile,
integrata con l'ambiente, magari meno produt- tiva ma
meno dannosa e meno costosa. E poi non è neanche
detto che gli OGM siano più produttivi. Infatti,
dopo un periodo iniziale di pro- duzioni soddisfacenti,
le aspettative sono state deluse e la dipendenza dagli
input chimici è aumen- tata: da una parte, i
parassiti si sono adattati rapidamente alle nuove condizioni
(grazie alla sele- zione naturale degli individui più
resistenti) determinando lo sviluppo di “superinsetti”,
e dall’altra, a causa del flusso genico alcune
piante selvatiche sono diventate resistenti agli erbicidi
(“super- erbacce”) entrando in competizione
per lo spazio con le piante coltivate. Sia nel primo
che nel secondo caso si è reso necessario un
aumento della dose di pesticida per salvare il raccolto.
Inoltre, le caratteristiche peculiari degli OGM non
sempre sono stabili rispetto alla variabilità
dell'ambiente, e ad eventi estremi come annate secche
e simili.
PRODUZIONE
AGRICOLA E FAME
Chi è arrivato fin qui avendo letto tutti i blocchi
precedenti sa già che la produzione agricola
mon- diale è esplosa nel secolo scorso, grazie
all’introduzione di tecnologie industriali nei
campi coltiva- ti, portando ad una serie di cambiamenti
così importanti che è stato chamato rivoluzione
verde. Per assurdo, mentre la produzione mondiale di
derrate alimentari raggiungeva picchi mai visti nella
sto- ria, si andavano acutizzando nei paesi poveri i
problemi di fame, crisi delle aree rurali e conflitti
legati all'accesso alle risorse come acqua e terra.
Per questi motivi, alcuni grandi agronomi, econo- misti
e diplomatici di fama mondiale hanno cominciato a parlare
di “geopolitica della fame” affer- mando
che la fame nel mondo non è un problema di risorse,
ma di politiche e diritti. Ecco un altro argomento che
meriterebbe un lungo discorso, ma non potremmo affrontarlo
adesso. Accontentiamoci di dire che questa corrente
di pensiero è diventata una scuola, con esponenti
molto autorevoli nelle università, nelle organizzazioni
internazionali e nella vita politica di molti paesi.
All'inizio, circa cinquant'anni fa, le loro tesi erano
considerate assurde, ma oggi è chiaro che pur
essendo rivoluzionarie avevano colpito il vero nodo
di un problema le cui soluzioni non sono da cer- carsi
in una tecnologia che garantisca produzioni maggiori,
ma in un'economia che garantisca condi- zioni più
eque. Eppure, con la comparsa degli OGM c'è stato
qualcuno che ha affermato che queste nuove piante e
le loro alte performances avrebbero dato un contributo
sostanziale alla lotta alla fame, specialmente nei paesi
più poveri. Ma non diversamente dall'agricoltura
industriale, la coltivazione dei semi geneticamente
modificati richiede dei lavori iniziali, e l'acquisto
di pesticidi e fertilizzanti, cioè un investimento
di dena- ro che i piccoli coltivatori dei paesi più
poveri possono sostenere solo indebitandosi con banche
ed usurai. Spesso le stesse industrie forniscono semi,
attrezzi e sostanze chimiche a credito, ai conta- dini
che si impegnano a pagare al raccolto successivo. Si
genera così una grave dipendenza economica per
un’attività che tradizio- nalmente fa molto
uso di risorse concrete come semi e lavoro manuale,
ma non di denaro e credito. Quando non possono ripa-
gare col ricavato del raccolto (perché l'annata
non rispetta le promesse o il mercato non lo acquista)
i contadini sono dunque costretti a cedere l'unica cosa
che possiedono: la loro terra. Questi problemi sono
così gravi che in India, un paese molto popolato
e povero dove i 3/4 della popolazione, cioè 750
milioni di persone (più di dieci volte l'intera
popolazione italiana) dipende dall'agricoltura, dal
1997, in seguito all’in- troduzione del cotone
OGM, con pessimi raccolti, più di diecimila contadini
si sono suicidati per la disperazione. Purtroppo non
è un dato esagerato, e ci fa riflettere molto
sull'utilità degli OGM per risolvere i problemi
dei paesi poveri.
RISCHI
DA OGM
Aquesto
punto, possiamo affermare che gli OGM di per se’non
sono convenienti per le imprese agri- cole occidentali
(dato che a lungo termine non garantiscono produzioni
migliori o minor dipendenza economica) e non rappresentano
una valida prospettiva per le agricolture più
povere. Potremmo pensare che se gli OGM sono un fallimento
economico, basta lascia- re che i contadini li provino,
vedano che sono un pessimo affare e saranno abbandonati
da tutti. Ma questa logica non regge, per almeno tre
motivi. Il primo è apparentemente estraneo a
tutto il discorso che abbia- mo fatto fino ad ora, ma
poiché non ci facciamo spaventare nean- che stavolta,
vi faremo un breve cenno; chi vuol sapere di più
farà bene a studiare materie economiche. In parole
molto povere, la questione è che siccome certe
aziende sono quotate in borsa, i loro guadagni sono
più legati ai mercati finanziari che alla vendita
dei prodotti materiali. Esistono dunque grandi aziende,
disposte ad investire grandi capitali e realizzare in
pochi anni grandi guadagni con le piantagioni transgeniche,
senza preoccuparsi troppo delle conseguenze sociali
e ambientali. Così, se si sparge la voce che
una tal impresa ha acquisito il controllo di un mercato
molto promet- tente, molti investitori vorranno comprare
qualche azione di quel- l’impresa, per avere una
parte dei guadagni futuri. Mentre gli effetti dannosi
sull'ambiente e la salute possono durare per decen-
ni, l'impresa che li ha causati può, molto rapidamente,
spostare i suoi capitali in settori completamente diversi,
e difficilmente si dovrà far carico dei costi
ambientali e sanitari. Se gli OGM sono solo un settore
dell’azione di questa impresa, che magari fabbrica
anche materie plastiche o solventi chimici, chi compra
le sue azio- ni non necessariamente sa che sta facendo
pressione anche su un certo tipo di ricerca e di agricoltura,
ma solo che acquistare certe azioni, o venderle, in
quel momento è conveniente. I mercati azio- nari
sono regolati da meccanismi che spostano e ingigantiscono
la scala e la distanza fra il campo dove una pianta
si coltiva, il lavo- ro collegato alla produzione e
il mercato dove il raccolto sarà venduto, ed
è possibile quindi che mentre per il contadino
indiano seminare cotone transgenico sia un preludio
al suicidio, in Francia avere azioni della società
che gli vende i semi sia comunque un ottimo affare.
Il secondo motivo l’abbiamo già accennato,
e nel seguito lo vedremo meglio: non sarebbe facile,
anzi sarebbe quasi impossibile eliminare gli OGM dall’ambiente
una volta immessi. E le loro intera- zioni con le specie
naturali sono tutt’altro che ben controllate.
Una volta immessi in natura, questi organismi iniziano
ad interagire con tutte le altre specie, si diffondono,
il loro DNAviene a contatto con altri semi ed altri
organismi, in una complessità di combinazioni
che di fatto è impossibile da prevedere e da
simulare in laboratorio (a meno che non si sia capaci
di ricreare in laboratorio il mondo intero e tutte le
relazioni tra esseri viventi, il che ovviamente è
assurdo). In pratica, c'è il rischio che una
volta iniziato a coltivare OGM, se ce ne pentissimo
non sarebbe possibile tornare indietro. E non sarebbe
possibile evitare una contaminaziona. Per tutti questi
motivi, le biotecnolo- gie scatenano oggi un dibattito
sentito ed acceso, come non si vedeva dai tempi del
nucleare. Il terzo motivo è strettamente legato
al precedente: lo spieghiamo con un esempio. In seguito
all'epidemia di BSE (“mucca pazza”) la gente
era molto diffidente verso tutti i prodotti derivanti
dalle mucche, tra i quali due proteine chiamate tripsina
e aprotinina, che (per farla breve) servono per fare
alcuni medicinali. Una società privata texana,
Prodigene, ha ben pensato di trasfe- rire nel DNAdel
grano un pezzo di quello delle mucche, per far fare
al grano la produzione di questi enzimi. Nel 2002 ha
messo così in commercio due prodotti, che per
giungere puro sul mercato dovevano essere purificati,
perché la pianta che li produce, a differenza
della mucca, ne fa anche una varian- te non prevista,
della quale non si conoscono gli effetti. Il prodotto
in commercio può essere dunque estremamente puro,
e in principio non ci sono rischi per i malati che lo
assumono come farmaco. Ma se la pianta transgenica ne
impollina una naturale della stessa specie (cioè
il grano dell'azienda accanto a quella di Prodigene)
o se un seme transgenico va a finire tra quelli destinati
ai campi per uso alimentare (cosa che può accadere
in mille modi) allora si avrebbe il passaggio delle
funzioni della mucca alle piante non coltivate per fare
farmaci. Qual'è il rischio? Provate a pensarci,
e confrontate le vostre risposte con il seguito del
testo. Elementare Watson! il rischio è quello
di consumare farmaci, vaccini, coagulanti del sangue,
anti- coagulanti, sostanze non previste prodotte dalla
pianta; insomma, di assumere inconsapevolmente una serie
di sostanze sconosciute, o che di solito si prendono
sotto controllo medico e in funzione di precise prescrizioni.
Mica uno scherzo! E lo stesso potrebbe accadere agli
insetti e agli animali ali- mentati con le specie contaminate.
Questo rischio purtroppo è così serio
che si è già verificato diverse volte.
Nel 2002 ad esempio, pro- prio la Prodigene è
stata multata severissimamente (circa tre milioni di
dollari) per le contamina- zioni riscontrate in campi
di grano a destinazione alimentare in due stati americani,
cioè Nebraska e Iowa. Più di dodicimila
tonnellate di grano contaminato sono state sequestrate
e distrutte, e ovvia- mente l'opinione pubblica ha reagito
con grande sdegno all'evidenza del fatto che nei cibi
in com- mercio possa annidarsi tutta una serie di sostanze
estranee all'alimento desiderato, non dichiarate dall'etichetta
(il che azzera la possibilità di scegliere se
consumarle o no). Le leggi americane distin- guono molto
bene fra destinazione farmaceutica, per mangimi e per
alimentazione umana, e in teo- ria le autorizzazioni
vengono concesse per usi diversi. Ma in pratica i casi
di contaminazione sono frequentissimi, anche nell'Unione
Europea e in Italia, dove le leggi attuali sono molto
restrittive. Ancora nel 2006 nei porti europei sono
state trovate e sequestrate intere navi da carico che
porta- vano riso contaminato con una varietà
transgenica (LLRice601) proveniente dagli Stati Uniti;
nella fattispecie, la contaminazione proviene addirittura
da una varietà che non ha superato la fase spe-
rimentale, la cui commercializzazione non è mai
stata autorizzata per nessun uso. PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
E PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’ La comunità
scientifica internazionale si è da tempo data
una regola, chiamata principio di precau- zione, per
la quale quando esiste l'ipotesi che un prodotto, un
processo o un fenomeno causino un rischio globale e
irreversibile per la salute e per l'ambiente, se non
si hanno tutti gli elementi neces- sari per valutare
questo rischio allora non bisogna correrlo. Questo principio,
adottato dal 1992 in seno alle Nazioni Unite, è
stato accettato da molti governi come diritto e dovere,
e “dovrebbe” esse- re alla base di molte
leggi (ad esempio sulla distanza delle case dagli elettrodotti,
pur in mancanza di dati certi sulla pericolosità
dei campi elettromagnetici). Di fatto però, nella
gestione del rischio, come nell'orientamento della ricerca
e nel controllo delle attività delle imprese
entrano tanti fatto- ri, che determinano l'orientamento
dei diversi stati. Alcune nazioni non hanno mai ratificato
le con- venzioni che per altri sono fondamentali nell'interesse
comune dell'umanità, come la Convenzione sulla
Diversità Biologica, quella sul Cambiamento Climatico
(per il controllo dei fattori di riscalda- mento globale)
e addirittura nemmeno la Convenzione internazionale
sui Diritti del Bambino. La scelta fatta è chiaramente
quella di garantire condizioni prioritarie allo sviluppo
industriale e di pro- muovere i consumi, riducendo limiti
e controlli di interesse pubblico a vantaggio di gruppi
privati, nella convinzione che da una maggiore ricchezza
dei privati discende una maggior benessere dello stato.
E quindi diversi paesi, fra i quali gli Stati Uniti,
non seguono il principio di precauzione ed anzi assumono
il principio della sostanziale equivalenza fra OGM e
cibi naturali, per cui i cittadini statu- nitensi da
diversi anni mangiano OGM senza che sia nemmeno obbligatorio,
per le marche che ne fanno uso, specificarlo nelle etichette
dei prodotti. Non così in Europa, dove i produttori
sono tenu- ti a specificare il contenuto delle scatole
di cibo (quando la percentuale di Ogm supera lo 0,9%).
E soprattutto, il principio di precauzione è
stato accolto e ha permesso di tenere a freno le importa-
zioni di sementi transgeniche, limitando molto la sperimentazione,
e vietando fino ad oggi l'intro- duzione di alimenti
OGM nei prodotti per l'alimentazione umana. Per l'alimentazione
animale non esistono le stesse garanzie, e infatti,
da diversi anni nei nostri alle- vamenti molti animali
vengono nutriti con prodotti transgenici.
SCIENZA
E SOCIETÀ
Le
regole che abbiamo appena visto per l’etichettatura
dei prodotti contenti OGM vengono conte- state da molti,
e difese da quelli che sono convinti invece che laricerca
sugli Ogm dev’essere comun- que garantita, anche
per principio, in quanto espressione della libertà
della ricerca. Ma la libertà della scienza non
può diventare il paravento dietro cui si nascondono
interessi specifici e compor- tamenti spregiudicati.
Oggi la concezione della ricerca e della scienza come
dominio esclusivo di pochi specialisti, “troppo
esper- ti” per confrontarsi col pubblico, è
un mito ormai superato dai fatti. Specialmente nei casi
in cui non è possibile confinare gli esperi-
menti in laboratorio, ma si usa la natura, la società
e il mondo come campo di prova. Come succede per l'energia
nucleare, per l'inqui- namento elettromagnetico, la
mucca pazza, gli OGM: in tutti que- sti casi l'intera
società agisce come una grande cavia, e in caso
di incidente, o di evento imprevisto, le soluzioni non
sarebbero (o non sono state) sperimentate su un gruppo
di cavie in laboratorio, ma direttamente sulle vittime.
E se queste vittime siamo noi, i nostri campi, gli animali
e il cibo che mangiamo, la natura che abbiamo intorno,
perché non dovremmo avere il diritto di dirigere
ed eventualmente fermare l'esperimento? E poi, non è
detto che tutto quello che è possibile fare deve
per forza essere messo in pratica. Davanti alle scoperte
scientifiche ed alle nuove possibilità tecnologiche
se esse contribuiscono al nostro benessere, ad un mondo
più sicuro, più sano, più equo
oppure se determinano piuttosto le condizioni di una
“società del rischio”. La questione
degli OGM insomma, non può ridursi ad una mera
garanzia di sicurezza e prudenza. A questo punto abbiamo
letto abbastanza per farci un’idea della complessità
dell’argomento, e pos- siamo dire che portarlo
fuori dai laboratori, sul terreno del confronto sociale
e politico è un’esigen- za fondamentale
per la democrazia della società e la libertà
di scelta delle persone.
GLI
OGM IN EUROPA
Dal giorno in cui è stato immesso sul mercato
statunitense il primo prodotto transgenico (il pomo-
doro FlavrSavr), sono passati circa 15 anni. Da allora,
le agrobiotecnologie sono state presentate come una
scelta inevitabile per un’agricoltura moderna
e globalizzata (per favorire il progresso, sconfiggere
la fame nel Sud del mondo, aumentare i redditi degli
agricoltori, diminuire i costi per la trasformazione
industriale). In Europa, la crescente sensibilità
dei cittadini per un’alimentazione sana e l’opposizione
della socie- tà civile (ambientalisti, consumatori)
e del mondo produttivo (agricoltori, trasformatori e
distribu- zione) rispetto ad una tecnologia che è
potenzialmente in grado di mettere a rischio le risorse
natu- rali, ha contribuito a costituire un mercato ostile
al cibo biotecnologico e ad aprire nuovi spazi per i
prodotti di qualità legati ad una specificità
territoriale. Tuttavia, le istituzioni europee, e in
particolare la Commissione, con la complicità
degli organi scien- tifici deputati al controllo (in
particolare, l’Autorità Europea per la
Sicurezza Alimentare, EFSA), scardinando le regole basilari
di un sistema europeo democraticamente eletto in cui
la maggioranza dei cittadini si è più
volte espressa per un’agricoltura “libera
da Ogm”, hanno scelto di incamminarsi sulla strada
tracciata dalle aziende transnazionali detentrici dei
brevetti sugli Ogm. In Europa hanno ottenuto l’approvazione
per l’alimentazione umana, animale o per la coltivazione
(in base alla Direttiva 2001/18/CE e/o al Regolamento
(CE) 1829/2003) piante geneticamente modi- ficate di
colza, mais e soia (oltre ad una varietà di cotone
della Monsanto e una varietà di tabacco sella
Seita). La commercializzazione di tali prodotti è
sottoposta a una normativa sull’etichettatura
che stabilisce di indicare la presenza di Ogm se superiore
allo 0,9% (Regolamento del Parlamento Europeo e del
Consiglio n. 1830/2003 del 22 settembre 2003). Ma la
cosa più grave è che il 23 luglio 2003,
con una mossa degna di un abile scacchista, la Commissione
abbia pubblicato una Raccomandazione attraverso la quale
si stabili- sce un paradosso: gli Stati Membri non possono
vietare la coltivazione di Ogm tout court sui loro territori,
ma devono garantire una coesistenza tra l’agricoltura
transgenica, quella convenzio- nale e biologica (per
ora hanno legiferato sulla coesistenza solo la Germania,
la Danimarca, il Portogallo e 6 Lander austriaci). Adducendo
come pretesto che a tutti deve essere garantita la libertà
di produrre e consumare, anche a quelli che optano per
il transgenico. Ciò che la Commissione ha omesso
di dire è che la coltiva- zione di Ogm significa,
di fatto, la contaminazione delle altre agricolture.
E che quindi non è possi- bile far coesistere,
nel senso di “esistere insieme”, un prodotto
che invade inevitabilmente spazi ad esso non destinati!
Adimostrare l’approccio ideologico della Commissione
è arrivata la proposta della stessa di rendere
più flessibile il Regolamento Europeo del biologico,
consentendo una contamina- zione dei prodotti e delle
sementi biologiche fino allo 0,9%. Tradotto: secondo
la Commissione non ci dovrebbe essere nessuna etichetta
ad indicare la presenza di Ogm (se la percentuale è
al di sotto dello 0,9%) nel prodotto venduto come “biologico”.
I prezzi per il consumatore rimarrebbero inva- riati,
quindi, mentre la qualità diminuirebbe. Coltivare
Ogm significa, quindi, di fatto, ridurre la libertà
di scelta di tutti i cittadini e dei soggetti economici
che avrebbero voluto fare scelte di produzione e di
consumo diverse. Per questo motivo in Europa più
di 170 regioni, 3500 comuni ed altri enti locali, oltre
a diverse decine di migliaia di contadini e produttori
di alimenti hanno costituito la rete delle “Regioni
Ogm-free”, formalizzando il proprio impegno a
non permettere l'uso di prodotti e sementi transgeniche
nei campi e nel cibo dei loro territori. Hanno firmato
la Carta delle Regioni Ogm-free: Toscana, Marche, Lazio,
Abruzzo, Umbria, Sardegna, Alto Adige, Emilia Romagna,
Liguria, Piemonte.In Italia un blocco forte di ambien-
talisti, consumatori, soggetti economici della filiera
agroalimentare (agricoltori, trasformatori, dis- tribuzione)
insieme a forze politiche trasversali e sindacati, sotto
il nome di “Coalizione Liberi da Ogm”, guidati
inizialmente da VAS, Coldiretti e Coop, ha finora garantito
che non venissero coltiva- te sementi transgeniche e
che venissero rispettate le leggi vigenti (denunciando
contaminazioni, importazioni illegali, ecc,). Riunitasi
per la prima volta negli Stati Generali (novembre 2003)
la Coalizione ha saputo lavorare in questi anni in maniera
compatta per ridefinire gli equilibri rispetto al potere
delle multinazionali agrochimiche, per ottenere risposte
dagli organi decisionali, per tro- vare risposta ai
problemi contingenti. E’riuscita a costituire
un blocco sociale, quindi, che speri- mentato un percorso
democratico e partecipato e che ridefinito un modello
di sviluppo sostenibile, innovativo e moderno. La legge
italiana n.5 del 28.01.2005 (“Disposizioni urgenti
per assicurare la coesistenza tra le forme di agricoltura
transgenica, convenzionale e biologica”) dell’ex
Ministro dell’Agricoltura Alemanno, annunciata
durante gli Stati Generali della Coalizione, aveva vietato
di fatto la coltivazione di Ogm su tutto il territorio,
ponendo come priorità la definizione di linee
guida nazionali che tenessero conto dell’impatto
delle colture transgeniche nel nostro Paese. Dopo che
questa normativa pè decaduta (in seguito ad un
ricorso fatto dalla regione Marche) attual- mente sono
le Regioni e le Province Autonome a decidere quale percorso
di sviluppo intraprendere. Perciò è in
corso un dibattito in seno alla Conferenza Stato-Regioni
per definire le Linee Guida Regionali in modo che siano
rispettate le zone contigue delle diverse realtà
amministrative. Ad oggi non è quindi possibile
coltivare Ogm in Italia. E noi ci auguriamo e lavoriamo
affinché con- tinui ad essere vietata la presenza
di Ogm nel nostro Paese e in Europa. CONCLUSIONI Riassumendo
ed estremizzando le posizioni contro i prodotti transgenici,
abbiamo dunque capito che la produzione e il commercio
degli OGM in agricoltura risponde ad un preciso disegno
di mercato, che genera profitti fra le imprese che da
molti anni hanno portato l'agricoltura nel terreno della
finanza, mischiando la produzione e il commercio di
cibo e di azioni su scala globale. Con un'ottica strettamente
imprenditoriale queste multinazionali considerano il
suolo, i fertilizzanti, l'acqua e l'in- quinamento alla
stessa stregua, come input e output necessari per ottenere
dei prodotti da vende- re sul mercato. In quest'ottica,
la sostenibilità e la tutela dell'ambiente non
è un'esigenza finché le leggi non impongono
tasse che scoraggiano chi inquina, la scomparsa di specie
ed ecosisitemi natu- rali non è un problema finché
leggi e multe non li proteggono, mentre i paesi più
poveri con le loro popolazioni non sono che potenziali
clienti, sia dei prodotti sia dei brevetti. I rischi
sanitari legati ai cibi transgenici non sono sufficienti
a contrastare il grande potenziale di guadagno, la resistenza
della popolazione ai prodotti OGM nel cibo un problema
da confinare al livello ideologico ed esecrare in nome
del progresso scientifico. Come nell'esempio dell'auto,
forse per vedere bene tutto, certe volte è necessario
frenare, scende- re e guardarsi intorno, e magari guardare
anche una mappa stradale e decidere dove proseguire,
per- ché a voler solamente correre c'è
il rischio di sbagliare strada. Sicuramente le chimere
biotecnologiche in agricoltura non danno una risposta
ai problemi della fame dei paesi più poveri,
non sono un'opzione interessante per l'agricoltura europea,
non sono certo l'ul- tima frontiera scientifica, presentano
dei rischi sanitari ed ecologici difficili da prevedere,
e impos- sibili da prevenire, rappresentano una minaccia
per la sopravvivenza delle varietà naturali,
quindi per la biodiversità e cioè per
i meccanismi che hanno permesso alla vita di evolversi
sul pianeta da quando è comparsa.
Bisogna allora ipotizzare un'alternativa che risponda
a tutti i dubbi sollevati dagli OGM. Se questa pubblicazione
fosse usata per stimolare la creatività e lo
spirito critico di chi la userà, sarebbe interessante
a questo punto sospendere la lettura e ipotizzare una
soluzione per ciascuno dei limiti appena elenca- ti
degli OGM. Siamo passati dalla genetica ai brevetti,
alla sto- ria dei paradigmi scientifici, ai temi finanziari
e allo sviluppo agricolo in Italia e nel resto del mondo,
inclusi i paesi più pove- ri e i problemi legati
alla fame. Vorremmo invitarvi a fare senza paura una
specie di gioco e ad immaginare uno sviluppo agri- colo,
scientifico e tecnologico che comprenda gli ingredienti
della lista qui riportata. Può darsi che non
conosciate qualcuna delle voci della lista, potete ignorarla
o approfondire la ricer- ca, e chissà che non
vi dia stimoli nuovi sia per l'attività in clas-
se che -speriamo- per la vostra dieta e quella delle
vostre famiglie, e addirittura sul comportamento che
abbiamo come clienti e consumatori di cibo. Ecco la
lista:
cibo sano,
dimensione di un'azienda agricola,
numero di lavoratori per superficie,
stagionalità dei prodotti, prodotti esotici,
distanza fra la produzione e il consumo,
varietà di specie allevate e coltivate,
allergie,
gruppi di acquisto solidale,
interessi di mercato e di grandi aziende,
esportazioni e importazioni internazionali,
capacità di acquisto e debito dei paesi poveri,
cultura contadina e società rurale,
caccia e pesca artigianale,
caccia e pesca familiare,
ricchezza di specie fertilità del suolo,
concimi e fertilizzanti,
agricoltura integrata,
agricoltura biologica,
pesticidi,
inquinamento e trattamento di scarichi inquinanti,
uso e riciclo di sostanza organica,
dimensioni di una città e delle campagne che
servono a produrre il cibo per sfamarla,
integrazione fra aree urbane e produzione agricola,
consumo e allevamento di carne e pesce,
conservazione del cibo,
grande distribuzione,
comodità della vita,
qualità della vita,
mercati locali.
Questa lista potrebbe sicuramente continuare a lungo,
ma già adesso ci sono abbastanza elementi per
costruire mille mondi alternativi e molto diversi fra
loro. Vi lasciamo tutto il tempo che vorrete per immaginare
il luogo in cui vorreste vivere. buon divertimento!
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