Gli Ogm dal laboratorio alla tavola
Riflessioni su agricoltura, tecnologia e alimentazione

a cura di Alessandro Dessi - Consiglio Nazionale VAS - 2007

INTRODUZIONE


Quando si parla di Ogm ci si riferisce a qualcosa che tocca le nostre vite, da vicino. Si sta parlando del futuro, infatti, della nostra agricoltura e della nostra alimentazione, della salute umana, di ambiente e di sovranità alimentare, di business e di tecnologia, di scienza e democrazia. Aumentare la nostra conoscenza sull’argomento non è più un’opzione. E’d’obbligo, se vogliamo evitare di ipotecare il futuro delle generazioni future, se vogliamo avere un ruolo decisivo nei processi decisionali, se vogliamo continuare a difendere diritti collettivi ina- lienabili. Per questo motivo, abbiamo deciso di “riassumere” brevemente alcuni degli argomenti più dibattuti e di fornire, così, uno strumento per la riflessione. Non ci illudiamo di riuscire a farlo in maniera esaustiva. Sono troppe le problematiche, i dati, le ricerche, le notizie disponibili sulla materia. Dovremmo poter fare un’enciclopedia, e in pochi avrebbero il tempo di leggerla. Cominciamo, quindi, con il tracciare un quadro di riferimento, dal quale ognuno può pro- seguire in maniera autonoma, procedendo attraverso gli approfondimenti che considera più interessanti. Non crediamo neppure di poter assumere in questo lavoro un punto di vista “neutrale”. Perchè ci sentiamo di “parteggiare”, di aver scelto di “stare dalla parte di”. Dalla parte di un approccio ecologista, che non ignora la complessità della natura e i suoi equilibri, ma la studia, la rispetta, la tutela. Di un modello di produzione agricola che rimette al centro la terra, i semi, gli agricoltori, le tradizioni, la qualità. Di un modello sociale democratico che permetta ai cittadini di partecipare attivamente alle scelte politiche e al potere politico di non essere soggiogato dalle forze del mercato. Di una scienza al servizio del bene comune, capace di aumentare la conoscenza. Il progetto per la realizzazione di questo breve scritto è nato per coinvolgere i ragazzi delle scuole secondarie superiori, ma durante la fase di raccolta ed elaborazione del materiale è nato il desiderio di rivolgerci anche ad un pubblico più ampio. Si parte dalla presentazione del paradigma scientifico che ha reso possibile la modificazio- ne genetica degli esseri viventi e dalla critica alla tecnologia da cui si ottengono gli Ogm. Si prosegue mostrando gli errori dell’agricoltura industriale che ignora e distrugge la biodi- versità e l’agrobiodiversità e la correlazione tra questo modello di sviluppo agricolo e quel- lo proposto/imposto con l’introduzione degli Ogm. Infine, si mettono in risalto le problematiche connesse all’uso di Ogm in agricoltura e si descrive la situazione attuale in Europa. Alla fine di tutto questo percorso ci sono alcune domande, che possono essere utilizzate per verificare il livello di comprensione dell’argomento, giocando in squadre e assegnando un punto per ogni risposta esatta.
Simona Capogna
Esecutivo Nazionale VAS


DALLA GENETICA CLASSICA...

Ogni forma di vita sul pianeta è caratterizzata dal fatto che si riproduce, dando origine a nuove gene-razioni di individui che hanno tutte le caratteristiche dei genitori. Nelle piante come negli animali, due organismi adulti, uno maschile e uno femminile, si uniscono e formano un piccolo semino dal quale si svilupperà un nuovo individuo adulto. Come è possibile che da una sola cellula uovo fecondata, o da un seme, si sviluppino poi gli alberi, i fiori, i pesci, gli uccelli e tutti gli animali, le persone, con tutta la loro diversità di caratteristiche, e gli organi e le funzioni che conosciamo? Il segreto sta racchiuso in una piccola molecola che è nascosta nel nucleo di tutte le cellule: il DNA(acido desossiribonucleico). Possiamo immaginarlo come un grande gomitolo avvolto su se stesso, il cui filo non è fatto come una treccia o un lac- cio di scarpe, ma come una scala di corda, con due tiranti interlac- ciati da pioli e arrotolata a spirale, formando una doppia elica che assomiglia un po’ai fusilli che mangiamo. Ma per dirla tutta, un fusillo così lungo e sottile non sarà mai inventato: anche se sta ben nascosto dentro le cellule, infatti, negli organismi più semplici il DNAè composto da duecentomila “scalini”, mentre negli uomini gli scalini sono circa tre miliardi. Per avere un’idea di quanto è sottile questa doppia elica, devi sapere che se lo stirassimo, il DNAdi una sola cellula umana raggiungerebbe la lunghezza di circa un metro, e pensa che nel nostro corpo ci sono tante cellule che se mettessimo in fila tutte queste cordicelle otterremmo una scala circa mille volte più lunga della distanza che separa la terra dal sole! Ma come fa il DNAa “spiegare” a una cellula che deve diventare rana e a un’altra che deve diventare albero, e come fa nell’albero a differenziare la foglia, dalla radice, dal tronco? Proveremo ad affrontare il discorso con la massima semplicità. Chi ha già qualche nozione di biologia molecolare, o addirittura di biochimica, troverà riduttivo quello che sta per leggere, ma per adesso ci accontenteremo. Pur essendo una molecola lunghissima, il DNAè costruito da pochi elementi che si ripetono in combina- zioni ricorrenti, a formare dei pezzi più lunghi chiamati geni, e sono proprio questi a costituire le unità elementari di informazione ereditaria. In ogni cellula, ce ne sono abbastanza da descrivere e replicare le caratteristiche dell'organismo a cui la cellula appartiene, sia quelle tipiche della sua specie (come le branchie dei pesci, le foglie degli alberi la coda di ogni razza di cane) sia le particolarità di ogni individuo (dal colore dei capelli alla forma dei piedi). Le cellule più ricche di informazione sono quelle staminali, che si formano per prime, quando cioè un organismo non è molto diffe- renziato, e quindi contengono ancora tutta l'informazione possi- bile. Man mano che le divisioni aumentano l'organismo prende letteralmente corpo: le cellule si specializzano, acquisendo alcu- ne funzioni specifiche e perdendo le altre. Si formano così i tes- suti, gli organi e si avviano le loro funzioni. In pratica, dall'inter- no del nucleo della cellula, ciascun gene attraverso una catena di reazioni avvia un particolare processo chimico; questo processo porta alla costruzione dei pezzi ele- mentari dell'organismo vivente, e allo svolgimento delle sue funzioni. Quindi è nei geni che sta scrit- to, ad esempio, se una pianta resiste alla siccità o ad un certo parassita, come nei geni del parassi- ta sta scritto se può pungere tal pianta o tal animale. Dalle particelle sub-cellulari ai tessuti agli apparati degli ani- mali e delle piante più svilup- pate, i geni dunque fanno par- tire gli impulsi che si traducono in nuove cellule per la crescita e la sostituzione di quelle morte, la produzione di sostan- ze necessarie alla cicatrizza- zione di un taglio, la digestione o alla fotosintesi e tutte le altre proprietà e funzioni degli esseri viventi. I primi a descrivere la mole-

cola del DNA sono stati due scienziati, Watson e Crick, che per la verità hanno usato anche i risultati ottenuti da altri colleghi. Questi due però sono diventati più famosi anche perché hanno vinto il premio Nobel per la loro sco- perta. Ed è comprensibile, perché questa scoperta ha aperto un nuovo ramo della biologia, permettendo alla scienza di esplorare il mistero della trasmissione dei caratteri e della loro codifica, cioè il vocabolario segreto nel quale sono scritte tutte le invenzioni fatte dalla natu- ra da quando la vita esiste! Per esempio, noi oggi sappia- mo quale gene controlla il sesso di un individuo che sta per nascere, e sappiamo dove si trovano le sequenze che possono dirci in anticipo se ha una certa malattia, o se un frutto ha la buccia liscia, pelosa, grossa o fine. Le forme di vita si sono evolute in modo che tutte queste informa- zioni, e tutte le istruzioni per mantenere e far riprodurre gli organismi si trasmettono attraverso le generazioni: ad ogni passaggio dai genitori ai figli si ha una ricombinazione di geni con variazioni minime rispetto alle caratteristiche dei primi. La scoperta del DNA, dunque, ha permesso di studia- re dei fenomeni che, fino a quel momento, erano solo ipotesi, e nei laboratori di biologia cellulare si è cominciato a cercare sempre maggiori dettagli sulle informazioni contenute in questa misterio- sa molecola.

...ALLA GENETICA RIDUZIONISTA

Nonostante il grandissimo entusiasmo che ha accolto la scoperta del DNA, questa non è stata in grado di spianare la strada alla comprensione del segreto della vita…che rimane, quindi, tuttora un miste- ro! Il presupposto che guida lo studio del DNAè che la trasmissione dell'informazione avvenga dal DNAal resto della cellula in forma univoca, cioè senza ambiguità: da un solo gene (tratto di DNA), attraverso un procedimento ben preciso, ad una sola funzione cellulare e ad un solo tratto fenotipi- co (aspetto visibile) o funzionale (reazione chimica) dell'organismo. È da questo presupposto che discende la certezza di poter modificare una specie vivente con un risultato perfettamente control- lato, creando un organismo con le caratteristiche desiderate. Tra gli esperti, questo approccio viene chiamato riduzionismo. È un tema che i docenti di filosofia dovrebbero trattare assieme a quelli di fisica, anche se i programmi scolastici raramente lo prevedono, e spesso nemmeno all'università si arriva ad approfondire quest'argomento. Vi faremo adesso un breve cenno. Il riduzionismo era stato già enunciato da Cartesio come metodo adatto a scomporre ogni proble- ma in sottoproblemi per poi ricomporre le soluzioni. Se ne volete un esempio, potete pensare al modo in cui si risolvono le equazioni algebri- che. Lavorando sul DNAappena scoperto, Crick estende a questa molecola l'approccio riduzionista. Prevede cioè che, come una macchina, la cellu- la sia predeterminata dal DNAe indifferente al contesto. Come ad una macchina si può sostituire una ruota senza che tutti gli altri ingranaggi vengano modificati, o installare l'impianto a gas senza effetti sui fari, pensò che sarebbe stato possibile prendere un pezzo di DNAdi un organi- smo e innestarlo nella doppia elica di un altro. E di controllare perfetta- mente le conseguenze perché la sequenza innestata avrebbe assunto, nella nuova posizione, le sue funzioni precedenti, così come una ruota continua a girare e i fari ad accendersi e spegnersi quando ad un'auto si aggiunge l'impianto a gas, o quando si accende l'aria condizionata. Non ci vuole molto a capire che la manipolazione genetica degli esseri viventi (ingegneria genetica) assunse immediatamente un grande interes- se economico: proprio come gli optional su un’auto, le nuove caratteristiche degli esseri viventi modificati potevano servire a chi li avrebbe acquistati e arricchire i loro sviluppatori. E su questi sviluppi si aprivano prospettive da fantascienza! Ancora oggi c’è molta attesa ed entu- siasmo, ed una generazione di ricercatori ha dedicato e dedica tutti i suoi sforzi a questa ricerca, per riuscire ad utilizzare ed adeguare alle nostre necessità tutti gli organi di tutte le piante e gli ani- mali che esistono sulla faccia della terra, e di altri che ancora non si sono mai visti. Sembra esage- rato, ma sono parole testuali del premio Nobel del 1993 per la chimica: Kary Mullis, lo scienziato (discusso quanto geniale) che ha inventato un procedimento chiamato PCR (reazione a catena della polimerasi): grazie a questa sua idea laboratori di tutto il mondo, partendo da campioni microscopi- ci, e con strumenti e spese relativamente contenute, riescono oggi a far moltiplicare il DNAdi ogni organismo fino ad averne quantità sufficienti per esaminarlo, e fare così nuove scoperte. Ciò ha per- messo lo sviluppo di applicazioni nella lotta ai tumori, nell'individuazione di criminali, nelle analisi di paleontologia e di antropologia molecolare. Si applica inoltre allo studio del genoma di organismi non coltivabili, quali numerosi batteri e protisti, e per lo studio di popolazioni in ecologia. Secondo il suo autore, in seguito a questa scoperta “la nostra volontà si compirà sulla terra, mentre volere- mo nel cielo, tra le stelle”. Tuttavia a 14 anni dal Nobel di Mullis, restiamo ancora ben lontani dalla “conquista del DNAe dell'Universo”. Nel frattempo altri scienziati hanno fatto scoperte interessan- ti e di segno molto diverso. Infatti, man mano che avanzava, la ricerca si è trovata davanti ad evidenze sperimentali diverse da quelle attese in base al riduzionismo. Parte delle cose che avete letto fin qui, dunque, dovrete ricon- siderarle non come espressione della Verità, ma di una teoria scientifica. Come tutte le teorie, è valida finché non se ne trova una migliore, capace cioè di spiegare un maggior numero di fatti spe- rimentali (questa considerazione dovrebbe essere scolpita sulle porte delle aule di scienze, quindi vi suggerisco di tenerla a mente). Per fare un esempio di come l’approccio riduzionista sia fallace, basta pensare al più ambizioso pro- gramma di ricerca concepito in biologia molecolare: il Progetto Genoma Umano. L’idea era quella di ottenere la mappatura completa del genoma umano, individuando le funzioni del nostro DNA gene per gene, fino a decrittare la chiave di tutte le caratteristiche fisiche (ma non soltanto fisiche) del- l'essere umano, tra le quali le cause di malattie genetiche come la Sindrome di Down e dell'emofilia, ma anche di malattie psichiatri- che. Questo progetto ciclopico ha coinvolto scienziati in 50 paesi, e dal 1991 al 2003 ha finanziato e impegnato la ricerca di genetisti e gruppi di ricerca di fama mondiale, spesso in gara e contrasto aper- to, tanto che la storia del progetto genoma potrebbe facilmente ispirare più di un thriller. La tanto ambita mappatura dei tre miliardi di gradini del genoma umano è stata ormai pubblicata, ma le conclusioni sono tutt’altro che definitive. Anzi tutti i ricercatori coinvolti concordano sul fatto che conoscere la sequenza non significa capirne il funzionamento. Infatti (e alla faccia del riduzionismo) anche se sappiamo come è fatto, siamo lontanissimi dall'aver capito come lavora il nostro DNA! Anche perché è ormai chiaro che i geni non possono spiegare tutto: gli scienziati si aspettavano di rintracciare centinaia di migliaia di geni nella specie umana, mentre ne sono stati contati circa 30.000. Un numero esiguo per spiegare la complessità dell’organismo umano, rispetto ad una pianta che può contare su circa 28.000 e un verme che ne ha 18.000. Tra l'altro, si è raggiunta la sconcertante conclusione che il 90% del DNAnon ha funzione di codifica, cioè, non porta informazione, quindi non fa niente di prevedibile e non ha nessuna “utilità pratica”. Gli scienziati ci hanno messo poco ad appellarlo DNAspazzatura, danno argomenti a quelli che da sempre avevano espresso dubbi sull'approccio riduzionista. Se lavorando per più di 10 anni e senza limiti di risorse su una ricerca pianificata da noi stessi riusciamo a spiegarci solo il 10% dell'oggetto della ricerca, potremmo anche pensare che c'era qualcosa di sbagliato nelle premesse, no? Un altro risvolto quantomeno delicato dell'approccio riduzionista è la visione delle malattie menta- li. Se (come affermano alcuni) le psicosi maniaco-depressive hanno davvero una componente gene- tica dell'80% circa, l'intelligenza e la schizofrenia sono geneticamente determinate al 60%, questo comporta una rivoluzione su come affrontare tali problematiche sul piano sociale, familiare, educa- tivo, terapeutico. Insomma, nel tentativo di isolare il gene, per descriverne la funzione, si perde completamente di vista il contesto, che invece quantomeno in alcune malattie ha un ruolo fonda- mentale, sia nelle cause che nelle terapie.Più in generale, il contesto è forse il grande problema del riduzionismo, a livello molecolare, cellulare, e di organismo.

QUALCHE DUBBIO SULL’INGEGNERIAGENETICA

Tutti abbiamo visto qualche documentario sulla doppia elica (DNA) che si stira, si apre come una cer- niera lampo lasciando scoperti dei denti con un profilo particolare sui quali come in un puzzle si viene formando una nuova metà della lampo, in modo che da una sola cerniera se ne formano due uguali. Sappiamo anche che può farlo per intero, quando una cellula si duplica e bisogna rifare tutto il nucleo, oppure solo in parte, quando viene attivato un pezzetto della sequenza, per innescare un processo biochimico come ad esempio l'assorbimento di sostanze esterne alla cellula, per il suo sostentamento o per la produzione di altre sostanze (nuove cellule della pelle, le unghie, i succhi gastrici). Il funzionamento del DNAè un meccanismo così incredibilmente geniale da aver fatto pen- sare più di uno scienziato (non autore di fantascienza) che ci dev'essere una forma di vita intelligente fuori dal nostro pianeta, che ad un certo punto ha spedito sulla terra questo microcoscopi- co scherzetto intorno al quale si è sviluppata la vita. Stupitevi pure: lo stesso Crick, scopritore del DNA, si fece quest'idea! Nelle specie naturali, la precisione del meccanismo è tale che si registra un errore ogni dieci miliardi di nucleotidi per ciascuna divisione cellulare (provate a fare un esercizio banale e traducete questo numero in percentuale, annotando il risultato al margine del testo. Avrete bisogno di metterci un bel numero di zeri!). Comunque sia, quando la doppia spirale si apre, per chiudere ogni dente della nuova metà-sequenza vengono pescate molecole che “nuotano libere” nei dintorni. Una delle scoperte recenti della bio- logia molecolare è che l'inserimento del nuovo nucleotide (l'ele- mento base della coppia che forma un gradino della scala) è mediato da un secondo oggetto, la DNA polimerasi, che si installa momentaneamente sul nucleotide “monco”, cambia assetto e, con la sua forma e i legami chimici che induce, aiuta non poco l'iserimento del nuovo pezzo al posto giusto. Cosa vuol dire “non poco”? Vuol dire che sebbene l'informazione genetica sia completamente rac- chiusa nel DNA(infatti anche la polimerasi viene sintetizzata a partire da “istruzioni” date dal DNA) la polimerasi che si trova nel nucleo è indispensabile alla replicazione, e che se alteriamo la com- posizione del DNA, inserendo o sottraendo geni, la chimera ottenuta sarà fatta di cellule nelle quali la duplicazione del DNAnon trova tutti gli elementi necessari, proprio perché si perde la corrispon- denza perfetta tra il DNAe il resto del nucleo, e gli errori di duplicazione saranno molto maggiori.

NON SIAMO SOLO GENI...

Dobbiamo considerare inoltre, che le specie viventi non sono solo un'espressione visibile del DNAnascosto nelle loro cellule, ma sopra- tutto il risultato di un tempo lunghissimo di evoluzione e adattamento agli ambienti, avviato con la comparsa della vita sulla terra. Per farci un'idea sui tempi, i fossili dei primi batteri risalgono a più di tre miliardi e mezzo di anni fa, mentre le prime forme di vita com- plesse sembrano apparire circa 600 milioni di anni fa. Nel frattempo, tutto sul pianeta è cambiato radicalmente tantissime volte: tem- perature, piogge, composizione dell'atmosfe- ra, durata delle stagioni, radiazione solare... davvero tutto quello che potete immaginare. Anzi, se riuscite a fare una lista (motivata, ovviamente) delle cose che influiscono sulla vita di una pianta o di un animale avrete fatto un bell'esercizio di ecologia. Fattostà che tutte le forme di vita si sono evolute e diver- sificate adattandosi ogni volta a nuove condi- zioni, grazie anche al fatto che da una generazione a quella dopo gli incroci tra genitori diversi hanno sempre generato nuovi individui ancora un po' diversi, e tra questi ce n'era qualcuno che si adatta- va meglio alle condizioni intorno, o si poteva muovere alla ricerca di un ambiente più ospitale, espandendo la regione abitata del nostro pianeta (chiamiamola pure biosfera) dall'acqua degli ocea- ni alla terra, e dalle zone più calde verso i poli, finché sono rimasti davvero pochi gli ambienti ai quali qualche forma di vita non si sia adattata. E le forme di vita sono così legate fra di loro che pra- ticamente non ne esiste nemmeno una che possa fare a meno di qualcun'altra, e quindi nessuna, ma proprio nessuna può scomparire senza che la sua scomparsa sia dannosa per l'equilibrio dell'ambien- te intorno. Ad esempio, in mezzo alle radici di certe piante vivono dei batteri che sono capaci di assumere l'azoto gassoso dall'aria (è il suo maggiore componente, anche se per noi è inerte, quindi non ce ne accorgiamo) mangiarselo (metabolizzarlo) e restituirlo catturato in nuove forme moleco- lari che le altre piante riescono ad assorbire. Noi questi batteri non li vedremo mai ad occhio nudo, ma in natura sono indispensabili per lo sviluppo di tutte le piante, e per l’introduzione di azoto nei sistemi viventi, noi compresi, attraverso le piante e gli animali erbivori. Un altro esempio si può fare sul nostro corpo: nell'intestino ci sono milioni e milioni di piccoli batteri, che si mangiano la nostra cena dopo che l'acido dello stomaco l'ha ridotta in una poltiglia acida, e la restituiscono pronta per essere assorbita da noi in forma di nutrienti ed altre sostanze che attraversano la parete intestina- le, vengono caricate nel sangue e portate a tutto il corpo per alimentarlo e mantenerlo sano. Questi esserini nascono, si riproducono e muoiono nel nostro intestino, che per loro dunque non è un tubo buio e puzzolente ma tutto l'universo, e sono così importanti per il nostro corpo che quando stanno male è un guaio per noi, e ci possono venire un bel po' di malattie. Avolte in seguito ad un’infezio- ne, i medici ci prescrivono gli antibiotici, alcuni dei quali servono a far piazza pulita di tutta la popo- lazione intestinale, in modo che i patogeni vengano eliminati. Avete mai sentito dire che bisogna stare attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca? Chi li ha presi sa che questi antibiotici fanno una vera e propria strage, eliminando anche i batteri intestinali, per cui non si digerisce più bene e ci si indebolisce molto, e dopo bisogna prendere dei fermenti apposta per ricostruire i micror- ganismi nell’intestino, altrimenti prima di ricominciare a digerire il cibo passa un bel po’di tempo! Da questi due esempi un po’banali possiamo capire che la vita è una faccenda davvero complica- ta, che coinvolge le relazioni tra diversi individui della stessa specie, le relazioni fra specie diverse e l'ambiente circostante. Una delle principali risorse della vita è l'immensa varietà delle sue stesse forme, dalla scala più piccola, e quindi la varietà genetica degli individui di una specie, alla scala media, come presenza di specie e varietà diverse, a quella più grande, espressa come differenza di ambienti ed ecosistemi: tutto questo in una parola si chiama biodiversità, ed è così importante che quasi tutti i governi del mondo se ne sono accorti, e (almeno a parole) la tutelano: la Convenzione sulla Biodiversità Biologica nata nel 1992 durante il Summit di Rio è stata sottoscritta da 91 paesi e successivamente adottata da 127 governi.

L’IMPORTANZA DELLE RELAZIONI


Anche noi apparteniamo alla biosfera, e da quando esiste, la nostra specie si è a sua volta adattata ai diversi ambienti, che con le sue azioni ha contribuito a trasformare. In particolare, da quando ha cominciato a costruire case, allevare animali, e specialmente a col- tivare la terra l'uomo ha creato degli spazi in cui la varietà di specie si è modificata, e con l'agricoltura ha anche contribuito, non poco, a dare origine a specie nuove, selezionando semi di piante partico- lari e figli di animali con caratteristiche speciali, stando attento a quali di questi nuovi individui si adattava meglio ai diversi posti in cui venivano piantati e allevati. I risultati di queste selezioni sono spettacolari, e non a caso, il verbo addomesticare si usa sia per gli animali sia per le piante: come dal lupo discende il cane, e il pas- saggio ha richiesto circa cinquemila generazioni per portare alla prima specie animale addomesticata, così dal grano selvatico, i cui semi cadono al suolo quando è maturo, discende quello che conosciamo, con delle grosse e pesanti spighe che restano appe- se a uno stelo sottile in attesa del raccolto. Apartire dalle regio- ni d'origine delle principali specie coltivate (dove se ne trovano tantissime varietà, molto diverse al loro interno) alcune comuni- tà umane hanno cominciato ad alimentarsi e portarsele dietro negli spostamenti verso altre zone, aumentando l’area di diffu- sione e favorendo lo sviluppo di nuove varietà. Ad esempio, il cavallo viene dalle steppe asiatiche, il grano dalla Mesopotamia (oggi Iraq) gli agrumi dall'Asia continentale, i fagioli dall'America Centrale, le patate dalle Ande e così via (e l'uomo, sapete da dove viene?). In un percorso durato a volte secoli, a volte millenni, i semi hanno seguito le popolazioni migranti, o sono passati di mano in mano, di mercato in mercato lungo i grandi fiumi e le piste commerciali, attraversando deserti, oceani e continenti e trovando nuovi ambienti e nuovi ecosistemi in cui inserirsi, ricavando una pro- pria nicchia. Sono nati così gli agroecosistemi, dove tutte le specie presenti si adattano alla perfe- zione all'ambiente (clima, suolo, acqua disponibile) e si creano nuove e complesse interazioni, con le piante addomesticate che si affiancano a quelle selvatiche, dando anche asilo a molti insetti. Alcuni di questi insetti sono dannosi per i raccolti, e ad altri li cacciano e fanno un lavoro utile per l'uomo. Tra le diverse popolazioni si raggiunge sempre un equilibrio che l'uomo cerca di spingere verso i risul- tati più vantaggiosi. Durante la storia, così, abbiamo assimilato l'importanza della diversità natura- le, perché la sopravvivenza è legata alla produzione di alimenti, e questa al mantenimento delle spe- cie naturali, quindi all'aumento della loro diversità, attraverso l'addomesticamento, l'adattamento e le selezioni successive. L'ecologia, e tutta questa faccenda dello sviluppo della vita, del ruolo dell'uomo nella biosfera, dello sviluppo congiunto dell'a- gricoltura e delle specie selvatiche, e dei suoi rapporti con la sto- ria, si merita ben più delle poche parole che le abbiamo dedica- to, e non possiamo certo dire tutto in pochi paragrafi. Pensate che ci sono agronomi, ecologi, chimici, biologi, storici ed altri scienziati che se ne occupano per anni e anche per tutta la vita, e le loro conoscenze si accumulano in biblioteche dove nuovi libri compaiono ogni anno a centinaia. Certe volte questi scienziati sono così specializzati che sanno quasi tutto su una sola cosa e poco o niente di quasi tutte le altre. C'è sempre il rischio, quindi, di banalizzare la complessità della natura e interpretare gli organismi come fossero macchine, sottovalutando le relazioni naturali e le conseguenze delle proprie posizioni. Per questo è utile lavorare in gruppi di ricerca multidisciplinari.

PRIMA DEGLI OGM...L’AGRICOLTURA INDUSTRIALE


Come abbiamo appena visto, con l'avvento del modello produttivo industriale si è preteso di assimi- lare la produzione agricola a quella di una fabbrica, ottimizzando la produzione in funzione del solo profitto economico della vendita dei raccolti o dei prodotti trasformati. Siccome i costi di produzio- ne sono minori se il lavoro da fare è ripetitivo e automatico, si è cercato di estendere ed omogeneizzare le aree coltivate, per renderle lavorabili con macchine sempre più grandi e veloci, ridu- cendo il tempo e il personale necessario. Questo processo ha subìto una spinta gigantesca a partire dall'inizio del ventesimo secolo, e in pochi decenni ha causato un cambiamento così radicale dell'a- gricoltura, che oggi lo si chiama comunemente “rivoluzione verde”. Da piccoli campi agricoli, circondati da zone a riposo o selvatiche con una buona diversità animale e vegetale, si è passati a delle grandi monocolture. Si sono sviluppate sostanze capaci di nutrire le piante anche sui suoli più sterili, si è cercato di ridurre la diversità a vantaggio di specie facili da omogeneizzare e sincronizzare, per avere raccolti massicci e con- centrati, poterli trasportare in grossi camion, trattare e trasforma- re in grossi impianti. Per mezzo della clonazione, si è riprodotto un seme sempre identico (clone) sostituendolo alla varietà naturale di sementi e specie, con un impoverimento generale delle risorse agricole che erano state selezionate nella storia e che erano a dis- posizione dei contadini fin da quando l'agricoltura è nata. Nel mondo, diverse migliaia di varietà vegetali sono già scomparse, sostituite da monocolture che sono più facilmente attaccabili da parassiti e da malattie. Queste sono basate su apporti di sostanze chimiche esterne all'ambiente naturale, sul lavoro di macchinari a grande richiesta di energia (carburante) e pochi interventi manuali. Così, industrializzando la pro- duzione, la trasformazione e la commercializzazione, si è riusciti ad aumentare tantissimo la produ- zione e a ridurre i costi, dando vita al mercato mondiale delle derrate alimentari, con una concor- renza sempre più agguerrita, che ha continuato a spingere il processo per ridurre ancora i costi e raggiungere prezzi finali sempre più bassi. Afarne le spese, ovviamente, sono stati i piccoli produt- tori di tutto il mondo, soprattutto quelli che per mancanza di fondi da investire, di credito, di acces- so alla tecnologia o al mercato sono stati spiazzati dalla concorrenza di prodotti che, magari dopo aver viaggiato per migliaia di chilometri, arrivano sui loro mercati con prezzi bassissimi (dumping). Per farci un'idea dell'ordine di grandezza che distanzia i due modelli agricoli, che chiameremo indu- striale e familiare, e delle dimensioni in gioco, passiamo a confrontare qualche dato (attenzione però: come abbiamo già detto, i fattori che influenzano la vita sono molti e molto variabili, i dati dipendono molto dall'equipaggiamento disponibile, dal terreno e dal clima). Su un miliardo e trecentomila contadini, al mondo esistono 28 milioni di trattori, cioè il 2% degli agri- coltori lavora col sistema industriale al meglio della sua espressione: se ben organizzato, in queste condizioni un solo lavoratore può produrre fino a 2000 tonnellate di grano all'anno. Dietro questa minoranza, ci sono circa 700 milioni di contadini che lavorano senza mezzi a motore (trattori o moto- coltivatori) ma dispongono di semi selezionati, fertilizzanti e pesticidi, e magari di animali da tra- zione: questi agricoltori riescono a produrre da 10 a 40 tonnellate di grano all'anno. Infine, ci sono circa 600 milioni di contadini che lavorano ancora con strumenti a mano, senza un giogo di buoi, senza semi selezionati, senza fertilizzanti e pesticidi. Quest'ultima categoria, che non dispone di cloni e sementi selezionate, ha in mano l'intero patrimonio della biodiversità agricola sopravvissuta alla rivoluzione verde, ma non se la passa molto bene: infatti può produrre circa una tonnellata di grano per ettaro all'anno. Quasi sempre, i contadini meglio equipaggiati lavorano in imprese che dis- pongono anche estensioni di terra enormi, di migliaia di ettari, mentre quelli che fanno tutto a mano hanno terreni inferiori ad un ettaro, piccolissimi e quasi sempre inferiori alle superfici che potreb- bero lavorare. Si capisce, dunque, che i secondi sono anche i più poveri. Infatti, un campo di mais industriale ne contiene in media tremila familiari, e con lo stipendio di un solo operatore produce quanto un esercito di piccoli contadini. Insomma, l'agricoltura industriale genera profitti per una minoranza di grandi interessi mentre la povertà degli agricoltori è legata a questi disequilibri nella produzione e nella distribuzione della terra.

GLI ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI: OGM

Abbiamo visto che l’agricoltura industriale ignorava le caratteristiche dell’ecosistema e pretendeva che fosse l’industria a fornire tutti gli elementi necessari per lo sviluppo della pianta (protezione da insetti e virus, fertilizzanti, riduzione di erbacce). Gli Ogm nascono all’interno dello steso paradig- ma industriale: si continua ad ignorare l’ecosistema e a fornire alla pianta tutto quello di cui neces- sita. Come nell’agricoltura industriale, le piante oggetto di “miglioramento” sono state soprattutto quelle che garanti- scono una produzione estensiva, come mais, soia, cotone. La differenza è che non si agisce più solamente sull’ambiente esterno attraverso l’irrorazione di sostanze chimiche, ma anche su quello interno, attraverso la modificazione del codice gene- tico della pianta stessa. Gli Ogm sono anche il frutto della visione riduzionista e degli studi sul DNA, che hanno per- messo di manipolare il codice genetico degli esseri viventi. L’idea era di farlo copiando un pezzo di DNAdi un organismo nel DNAdi un altro, per aggiun- gergli delle caratteristiche che in natura non aveva. Questa manipolazione, tecnicamente, non è molto difficile, e gli esperimenti sono andati avanti rapidamente portando a scoperte a prima vista entusiasmanti. “Per esempio” - pensavano gli scienziati – “se riuscissimo a mettere a punto una specie di soia che resiste ad un vele- no molto tossico, potremmo usare quel veleno senza danneggiare la soia, uccidere tutti i parassiti ed avere un raccolto abbondante. Oppure potremmo riuscire a far sintetizzare dentro il chicco di riso una vitamina nutriente che di solito sta nella pellicina del seme, in modo che anche se la pellicina viene levata, il chicco fornisca un alimento migliore ai contadini affamati dei paesi poveri”. Si possono insomma mettere dei pezzi di un essere vivente nel corpo di un altro ed ottenere nuovi esseri, senza che questi, tuttavia, assomiglino alle fantasiose e mostruose chimere dei bestiari medievali (e di certi videogiochi). Gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM), così sono chiama- ti gli esseri viventi che hanno subito una mutazione genetica in laboratorio (attraverso la tecnica del Dna ricombinante o ingegneria genetica), non sono facilmente riconoscibili rispetto alle controparti naturali. Infatti, un mais geneticamente modificato non è distinguibile, ad occhio nudo, da un mais convenzionale. Ciò che lo differenzia sono i geni estranei (transgeni) che gli vengono aggiunti attra- verso le tecniche dell’ingegneria genetica. Gli Organismi Geneticamente Modificati possono essere chiamati anche Organismi Transgenici o Chimere. Avendo parlato di riduzionismo, non ci stupisce vedere che si parla proprio di “ingegneria”. In fondo, si sottolinea il fatto che l'intervento sul DNAè completamente “meccanico” anche se ad essere “smontato e rimontato” non è una macchina, ma un organismo vivente! Per “smontare e rimontare” il Dna si usano “attrezzi” speciali: gli enzimi. Quelli di restrizione sono capaci di tagliare il Dna in punti specifici, mentre gli enzimi “ligasi” sono capaci di ricucire i geni all’interno di una nuova molecola. La prima molecola transgenica fu creata da Paul Berg nel 1971, ma l’esperimento che fornì una tecnica elementare ed accessibile agli scienziati fu quello portato avanti da due ricercatori di università pubbliche (Cohen e Boyer), nel 1973. Insieme alle aspettative per il futuro della ricerca, questi esperimenti generarono una certa ansia tra gli stessi scienziati: essi erano capaci di creare nuove forme di vita ma non avevano strumenti per impedire la diffusione nell’ambiente di organismi nuovi, potenzialmente pericolosi per l’ambiente e per l’uomo. Per evitare danni irreparabili, fu istituita una Commissione (voluta dall’Accademia Nazionale delle Scienze Americana) che chiese una moratoria immediata delle sperimentazioni. Ma il dibattito, a questo punto, cominciò ad essere condizionato dagli interessi personali degli stes- si scienziati. Molti non volevano lasciarsi sfuggire la possibilità di sfruttare un filone di ricerca pro- mettente come quello aperto dall’ingegneria genetica (magari per fare carriera), mentre altri pen- sarono di fare profitto dalla loro attività scientifica comprando azioni delle nuovissime imprese bio- tecnologiche (start-up) o stipulando con esse contratti di collaborazione. Solo per fare degli esempi, Cohen diventò azionista della Genentech, Berg della Dnax, solo due tra le tante società private nate per trarre dalla ricerca sugli Ogm dei vantaggi economici immediati

OGM, AGRICOLTURA E AGROBUSINESS

Uno dei campi di applicazione più sensibili è quello degli OGM in agricoltura, ed è proprio di questi che ci occuperemo nel resto di questa lettura. Anche in agricoltura, infatti, i biotecnologi si sono dati da fare abba- stanza presto, ottenendo nuove specie da sperimen- tare per poi metterle in produzione, e quindi sul mercato. Il passaggio dal laboratorio al campo è avvenuto senza che sia stato possibile valutare l’impatto di un prodotto tecnologico il cui controllo sfugge agli stessi ideatori. Infatti, se nelle specie naturali, abbiamo visto che la divisione cellulare presenta un errore ogni dieci miliardi di nucleotidi, si registrano, per gli Ogm con Dna batterico, mutazioni impreviste, tanto mag- giori quanto minore è l’affinità tra le specie di origine. Queste variazioni non sono visibili nel corpo della pianta, intendiamoci: i semi OGM vengono prodotti in campo come tutti gli altri, e riseminan- doli si ottengono piante con caratteristiche identiche a quelle di provenienza, incluse quelle indot- te. Il fatto è che il risultato della creazione di questi semi è tutt'altro che perfettamente controlla- to: non si sa se i nuovi geni si attaccheranno al DNAoriginale, né quanti di essi lo faranno. In prati- ca, dopo aver fatto l'OGM nemmeno il produttore sa esattamente cos'ha per le mani (il che fra l'al- tro sarebbe invece indispensabile per potersi considerare “proprietario” dello stesso OGM e per venderlo sul mercato). Gli effetti non intenzionali si registrano praticamente in tutte le piante OGM. Ad esempio, il mais Bt, modificato per produrre una tossina insetticida, produce in realtà anche più lignina, una sostanza che ne indurisce il fusto e non ha niente a che fare con l’insetticida, con con- seguenze sulla degradazione e sull'uso dei fusti della pianta come cibo per animali. Lo stesso vale per alcune patate transgeniche, che hanno rivelato differenze inattese nell'aspetto, nella produzio- ne, nel contenuto di alcune sostanze, con possibili conseguenze su insetti ignorati dalla sperimenta- zione, e sul fronte nutritivo sia per l'uomo che per gli animali. Il riso modificato con un gene della soia per produrre glicinina (una proteina di grande interesse nutritivo) produce questa proteina pre- vista, ma ha anche un raddoppio di produzione di vitamina B6, completamente inatteso. Uno dei metodi per inserire il tratto estraneo di DNAin una cellula vegetale prevede l'uso di un particolare virus (il virus del mosaico del cavolfiore) che in teoria è solo un vettore, totalmente estraneo al risul- tato: ad esempio si usa per poter inserire nelle rape un gene che le rende tolleranti ad un partico- lare insetticida. Si è osservato però che le rape diventano sensibili al virus del cavolfiore, e dopo il suo attacco perdono la tolleranza all'insetticida . Gli Ogm più diffusi nel 2006 sono stati soprattutto soia (57%), mais (25%), cotone (13%) e colza (5%). Per la prima volta, sempre nel 2006, è stata colti- vata negli USAl’erba medica (su circa 80.000 ettari). L’intervento dell'ingegneria genetica ha permesso di modifi- care queste colture per conferi- re loro principalmente due caratteristiche: la resistenza agli erbicidi e la resistenza agli insetti. Il 68% degli Ogm coltivati sono stati “costruiti” in modo che fossero in grado di sopravvivere all’irrorazione degli erbicidi, mentre il 19% esprimeva la pro- teina Bt, che attacca l’apparato digerente dei parassiti e ne determina la morte. Infine, l’13% è composto da piante che presentano entrambi i caratteri di resistenza ad un erbicida o di resistenza ad insetti. Il vantaggio di questi Ogm doveva essere, a sentire le campagne pubblicitarie delle aziende produt- trici, di diminuire l’utilizzo dei pesticidi, con conseguenze positive per l’ambiente e per la salute dei consumatori. Mentre questi vantaggi sono ancora tutti da dimostrare (nei Paesi in cui gli Ogm sono ampiamente coltivati le evidenze empiriche dimostrano addirittura il peggioramento delle condizio- ni sanitarie e ambientali) sicuramente gli Ogm hanno determinato grandi profitti al mondo della finanza e dell'industria. Già prima dell’arrivo degli Ogm, le principali industrie sementiere selezionavano, con metodi tradi- zionali (cioè per incroci successivi), le piante più adatte ad assorbire fertilizzanti o più resistenti ai pesticidi. Successivamente, quando sono diventate chiare le potenzialità dell’ingegneria genetica, i grandi colossi economici multinazionali dell’agrochimica, Bayer, Monsanto, Syngenta, BASF, Dupont (che vendono fertilizzanti e pesticidi) hanno cominciato ad acquisire le aziende sementiere e a con- tendersi il controllo delle sementi geneticamente modificate. La logica è la stessa: condizionare il comportamento naturale delle piante per renderlo funzionale all'uso di input chimici. In questo modo non si vendono sul mercato solo i semi, ma anche altri prodotti e servizi che aumentano la produt- tività dei campi. L’esempio più conosciuto è quello della Monsanto. La multinazionale agrochimica ha investito nella ricerca biotecnologica per sviluppare sementi che resistessero al suo principale prodotto: l’erbicida Round Up. Il brevetto sul suo principio attivo, il glifosato, era scaduto nel 2000 esponendo la Monsanto alla concorrenza di altre aziende. La risposta della multinazionale sarebbe dovuta essere quella di ridurre il prezzo del Round Up e di rinunciare ad una parte dei profitti, per continuare a garantirsi un livello alto di vendite. Gli Ogm “Round Up Ready” (resistenti al glifosato) sono stati una soluzione ottimale: chi avrebbe acquistato le sementi Monsanto sarebbe stato vincolato all’utilizzo dell’erbicida “abbinato”. In questo modo la concorrenza non avrebbe trovato spazi di mercato da occupare.

BREVETTI

L’azienda che vende agli agricoltori i pacchetti “Ogm-pesticida” ci guadagna due volte. Anzi, tre volte: infatti -altra novità molto importante- i semi OGM vengono venduti con un sovrapprezzo (chia- mato royalty) rispetto alle sementi convenzionali, perché le leggi di molti paesi permettono di bre- vettarli come proprietà privata dell’azienda. Potendo rivendicare questi diritti di proprietà, l'azien- da può esigere che gli agricoltori ricomprino i semi ogni anno, o paghino i diritti sulla tecnologia quando utilizzano per la nuova semina parte del raccolto precedente. I contadini, però, e non solo quelli dei paesi più poveri, non sono convinti che sia giusto riconoscere questi diritti speciali alle aziende che vendono i semi OGM: è vero che esse hanno messo a punto delle caratteristiche nuove nei loro prodotti, ma è anche vero che la materia prima di partenza, il DNAdelle spe- cie viventi, è un patrimonio comune, frutto di centinaia di milio- ni di anni di evoluzione naturale e interazioni anche con l’uomo, e specialmente con gli allevatori e i contadini di migliaia di generazioni. Nessuno, dunque, può dire che la vita è sua, met- terci un marchio di proprietà e venderla. E invece è proprio quello che succede, a partire da quando, nel 1980, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che un microrganismo che “mangiava il petrolio” poteva esse- re brevettato (il brevetto appartiene all’industriale Chakrabarty), come se fosse stato non un esse- re vivente ma un ritrovato tecnologico “frutto dell’ingegno umano”. Brevettare qualcosa significa poter dire, appunto, che quel qualcosa ci appartiene, significa rivendicarne la proprietà. Da quel momento tutte le aziende sementiere, e poi agrochimiche, hanno cominciato a rivendicare diritti sulle piante ottenute in laboratorio, come se fossero semplici manufatti. Fino all'arrivo degli OGM ogni contadino poteva conservare una parte del raccolto per riseminare alla stagione successiva senza dover niente a nessuno. Invece, da quando comincia a produrre coi semi “inventati” e brevettati dai biotecnologi di un'industria, ad ogni semina dovrà pagare una quota, anche se l'industria non fa più nessuno sforzo. Un po' come pagare tutte le volte che ascoltiamo un disco (dopo averlo già comprato) oppure comprare una vacca, curarla ed alimentarla a proprie spese e dover pagare una tassa a chi ce l'ha venduta tutte le volte che la mungiamo. Questa logica, abbastanza paradossale, è alla base della legislazione brevettuale, non solo per le piante, ma anche per i farmaci. Oggi negli Stati Uniti sono depositate circa tre milioni di richieste di brevetto su frammenti di DNAumano (contro un numero cento volte inferiore di geni umani). Sono già numerose le cause fra paesi e multinazionali farmaceutiche, che reclamano il diritto di brevetto e pretendono che i loro interessi siano anteposti ai diritti umani e alla sicurezza nazionale (la più “famosa” delle quali è quella tra il Sudafrica e il cartello Big Pharma per il brevetto sui farmaci anti- AIDS). Inoltre, la corsa ai brevetti riduce molto lo scambio intellettuale, la condivisione delle cono- scenze, perché “vince” chi arriva primo e nessuno vuole rischiare di vedersi “rubare” il proprio sape- re. In questo modo la comunità scientifica è privata della linfa vitale per crescere, e la conoscenza si riduce ad uno strumento per fare profitti. Il metodo scientifico subisce un colpo così (da Galileo in poi) che Nature, una delle riviste scientifiche più importanti del mondo, ha rifiutato di pubblica- re articoli presentati da genetisti assolutamente illustri, ma evidentemente condizionati fortemen- te dalla proprietà intellettuale e dalla commercializzazione dei loro risultati.

IL RIFIUTO DEGLI OGM

Dalla ricerca alla commercializzazione il passo in alcuni paesi è stato molto breve, al punto che oggi esistono superfici enormi degli Stati Uniti, del Canada, dell’Argentina e della Cina coltiva- te con queste piante, destinate sia alla produ- zione di mangimi che all'alimentazione umana. In Europa c'è invece una forte resistenza alla loro introduzione, per cui fino ad oggi pochi paesi hanno avviato sperimentazioni in campo, su superfici non molto grandi. Assieme alle superfici coltivate con OGM, negli anni è cresciuta la preoccupazione prima, e la contestazione poi di diversi scienziati, associa- zioni di consumatori e movimenti ambientalisti. Perché, cosa c'è da stare attenti? Come spesso accade, chi si concentra su un aspetto solo di una faccenda complessa, perde di vista tutti gli altri. E' un po' come quando si viaggia in auto: chi guida si concentra sulla strada mentre i piccoli guardano dal finestrino: notano meglio il paesaggio, le case, la gente che passa. Così, mentre i biotecnologi avanzava- no nella ricerca sul DNAe le grandi industrie diffondevano i nuovi semi, qualcuno ha cominciato a farsi domande su altri aspetti della fac- cenda. Alcuni scienziati hanno posto il pro- blema della perdita di biodiversità. I dubbi sollevati sono diversi: se la bio- tecnologia permette di allevare pian- te resistenti agli erbicidi, con cui vengono irrorate, questi erbicidi fini- ranno per sterminare altre specie di piante (generalmente indicate come erbacce) con cui oggi esse convivono magari ai bordi dei campi coltivati, o tra i filari dei frutteti. E se queste “erbacce” scompaiono, scompariran- no gli insetti che abitano fra le loro radici o sulle foglie, le farfalle e le api che mangiano il loro nettare, gli uccelli che mangiano quelle api e così a catena, portando ad un sostanziale impoverimento dell’habitat. Ci sarà meno sostanza organica nel suolo, e meno microrganismi per decomporla e rendere il suolo fertile, per cui dovremo ricorrere sempre più a ferti- lizzanti chimici, avvelenando il terre- no e le acque che filtrando nel suolo fluiscono verso le falde acquifere, e quindi alla fine anche i fiumi, i mari e tutti i loro abitanti, il nostro cibo, noi stessi. Insomma, un'agricoltura troppo affidata alla chimica e alla biotecnologia è esattamente il contrario dell'agricoltura sostenibile, integrata con l'ambiente, magari meno produt- tiva ma meno dannosa e meno costosa. E poi non è neanche detto che gli OGM siano più produttivi. Infatti, dopo un periodo iniziale di pro- duzioni soddisfacenti, le aspettative sono state deluse e la dipendenza dagli input chimici è aumen- tata: da una parte, i parassiti si sono adattati rapidamente alle nuove condizioni (grazie alla sele- zione naturale degli individui più resistenti) determinando lo sviluppo di “superinsetti”, e dall’altra, a causa del flusso genico alcune piante selvatiche sono diventate resistenti agli erbicidi (“super- erbacce”) entrando in competizione per lo spazio con le piante coltivate. Sia nel primo che nel secondo caso si è reso necessario un aumento della dose di pesticida per salvare il raccolto. Inoltre, le caratteristiche peculiari degli OGM non sempre sono stabili rispetto alla variabilità dell'ambiente, e ad eventi estremi come annate secche e simili.

PRODUZIONE AGRICOLA E FAME

Chi è arrivato fin qui avendo letto tutti i blocchi precedenti sa già che la produzione agricola mon- diale è esplosa nel secolo scorso, grazie all’introduzione di tecnologie industriali nei campi coltiva- ti, portando ad una serie di cambiamenti così importanti che è stato chamato rivoluzione verde. Per assurdo, mentre la produzione mondiale di derrate alimentari raggiungeva picchi mai visti nella sto- ria, si andavano acutizzando nei paesi poveri i problemi di fame, crisi delle aree rurali e conflitti legati all'accesso alle risorse come acqua e terra. Per questi motivi, alcuni grandi agronomi, econo- misti e diplomatici di fama mondiale hanno cominciato a parlare di “geopolitica della fame” affer- mando che la fame nel mondo non è un problema di risorse, ma di politiche e diritti. Ecco un altro argomento che meriterebbe un lungo discorso, ma non potremmo affrontarlo adesso. Accontentiamoci di dire che questa corrente di pensiero è diventata una scuola, con esponenti molto autorevoli nelle università, nelle organizzazioni internazionali e nella vita politica di molti paesi. All'inizio, circa cinquant'anni fa, le loro tesi erano considerate assurde, ma oggi è chiaro che pur essendo rivoluzionarie avevano colpito il vero nodo di un problema le cui soluzioni non sono da cer- carsi in una tecnologia che garantisca produzioni maggiori, ma in un'economia che garantisca condi- zioni più eque. Eppure, con la comparsa degli OGM c'è stato qualcuno che ha affermato che queste nuove piante e le loro alte performances avrebbero dato un contributo sostanziale alla lotta alla fame, specialmente nei paesi più poveri. Ma non diversamente dall'agricoltura industriale, la coltivazione dei semi geneticamente modificati richiede dei lavori iniziali, e l'acquisto di pesticidi e fertilizzanti, cioè un investimento di dena- ro che i piccoli coltivatori dei paesi più poveri possono sostenere solo indebitandosi con banche ed usurai. Spesso le stesse industrie forniscono semi, attrezzi e sostanze chimiche a credito, ai conta- dini che si impegnano a pagare al raccolto successivo. Si genera così una grave dipendenza economica per un’attività che tradizio- nalmente fa molto uso di risorse concrete come semi e lavoro manuale, ma non di denaro e credito. Quando non possono ripa- gare col ricavato del raccolto (perché l'annata non rispetta le promesse o il mercato non lo acquista) i contadini sono dunque costretti a cedere l'unica cosa che possiedono: la loro terra. Questi problemi sono così gravi che in India, un paese molto popolato e povero dove i 3/4 della popolazione, cioè 750 milioni di persone (più di dieci volte l'intera popolazione italiana) dipende dall'agricoltura, dal 1997, in seguito all’in- troduzione del cotone OGM, con pessimi raccolti, più di diecimila contadini si sono suicidati per la disperazione. Purtroppo non è un dato esagerato, e ci fa riflettere molto sull'utilità degli OGM per risolvere i problemi dei paesi poveri.

RISCHI DA OGM

Aquesto punto, possiamo affermare che gli OGM di per se’non sono convenienti per le imprese agri- cole occidentali (dato che a lungo termine non garantiscono produzioni migliori o minor dipendenza economica) e non rappresentano una valida prospettiva per le agricolture più povere. Potremmo pensare che se gli OGM sono un fallimento economico, basta lascia- re che i contadini li provino, vedano che sono un pessimo affare e saranno abbandonati da tutti. Ma questa logica non regge, per almeno tre motivi. Il primo è apparentemente estraneo a tutto il discorso che abbia- mo fatto fino ad ora, ma poiché non ci facciamo spaventare nean- che stavolta, vi faremo un breve cenno; chi vuol sapere di più farà bene a studiare materie economiche. In parole molto povere, la questione è che siccome certe aziende sono quotate in borsa, i loro guadagni sono più legati ai mercati finanziari che alla vendita dei prodotti materiali. Esistono dunque grandi aziende, disposte ad investire grandi capitali e realizzare in pochi anni grandi guadagni con le piantagioni transgeniche, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze sociali e ambientali. Così, se si sparge la voce che una tal impresa ha acquisito il controllo di un mercato molto promet- tente, molti investitori vorranno comprare qualche azione di quel- l’impresa, per avere una parte dei guadagni futuri. Mentre gli effetti dannosi sull'ambiente e la salute possono durare per decen- ni, l'impresa che li ha causati può, molto rapidamente, spostare i suoi capitali in settori completamente diversi, e difficilmente si dovrà far carico dei costi ambientali e sanitari. Se gli OGM sono solo un settore dell’azione di questa impresa, che magari fabbrica anche materie plastiche o solventi chimici, chi compra le sue azio- ni non necessariamente sa che sta facendo pressione anche su un certo tipo di ricerca e di agricoltura, ma solo che acquistare certe azioni, o venderle, in quel momento è conveniente. I mercati azio- nari sono regolati da meccanismi che spostano e ingigantiscono la scala e la distanza fra il campo dove una pianta si coltiva, il lavo- ro collegato alla produzione e il mercato dove il raccolto sarà venduto, ed è possibile quindi che mentre per il contadino indiano seminare cotone transgenico sia un preludio al suicidio, in Francia avere azioni della società che gli vende i semi sia comunque un ottimo affare. Il secondo motivo l’abbiamo già accennato, e nel seguito lo vedremo meglio: non sarebbe facile, anzi sarebbe quasi impossibile eliminare gli OGM dall’ambiente una volta immessi. E le loro intera- zioni con le specie naturali sono tutt’altro che ben controllate. Una volta immessi in natura, questi organismi iniziano ad interagire con tutte le altre specie, si diffondono, il loro DNAviene a contatto con altri semi ed altri organismi, in una complessità di combinazioni che di fatto è impossibile da prevedere e da simulare in laboratorio (a meno che non si sia capaci di ricreare in laboratorio il mondo intero e tutte le relazioni tra esseri viventi, il che ovviamente è assurdo). In pratica, c'è il rischio che una volta iniziato a coltivare OGM, se ce ne pentissimo non sarebbe possibile tornare indietro. E non sarebbe possibile evitare una contaminaziona. Per tutti questi motivi, le biotecnolo- gie scatenano oggi un dibattito sentito ed acceso, come non si vedeva dai tempi del nucleare. Il terzo motivo è strettamente legato al precedente: lo spieghiamo con un esempio. In seguito all'epidemia di BSE (“mucca pazza”) la gente era molto diffidente verso tutti i prodotti derivanti dalle mucche, tra i quali due proteine chiamate tripsina e aprotinina, che (per farla breve) servono per fare alcuni medicinali. Una società privata texana, Prodigene, ha ben pensato di trasfe- rire nel DNAdel grano un pezzo di quello delle mucche, per far fare al grano la produzione di questi enzimi. Nel 2002 ha messo così in commercio due prodotti, che per giungere puro sul mercato dovevano essere purificati, perché la pianta che li produce, a differenza della mucca, ne fa anche una varian- te non prevista, della quale non si conoscono gli effetti. Il prodotto in commercio può essere dunque estremamente puro, e in principio non ci sono rischi per i malati che lo assumono come farmaco. Ma se la pianta transgenica ne impollina una naturale della stessa specie (cioè il grano dell'azienda accanto a quella di Prodigene) o se un seme transgenico va a finire tra quelli destinati ai campi per uso alimentare (cosa che può accadere in mille modi) allora si avrebbe il passaggio delle funzioni della mucca alle piante non coltivate per fare farmaci. Qual'è il rischio? Provate a pensarci, e confrontate le vostre risposte con il seguito del testo. Elementare Watson! il rischio è quello di consumare farmaci, vaccini, coagulanti del sangue, anti- coagulanti, sostanze non previste prodotte dalla pianta; insomma, di assumere inconsapevolmente una serie di sostanze sconosciute, o che di solito si prendono sotto controllo medico e in funzione di precise prescrizioni. Mica uno scherzo! E lo stesso potrebbe accadere agli insetti e agli animali ali- mentati con le specie contaminate. Questo rischio purtroppo è così serio che si è già verificato diverse volte. Nel 2002 ad esempio, pro- prio la Prodigene è stata multata severissimamente (circa tre milioni di dollari) per le contamina- zioni riscontrate in campi di grano a destinazione alimentare in due stati americani, cioè Nebraska e Iowa. Più di dodicimila tonnellate di grano contaminato sono state sequestrate e distrutte, e ovvia- mente l'opinione pubblica ha reagito con grande sdegno all'evidenza del fatto che nei cibi in com- mercio possa annidarsi tutta una serie di sostanze estranee all'alimento desiderato, non dichiarate dall'etichetta (il che azzera la possibilità di scegliere se consumarle o no). Le leggi americane distin- guono molto bene fra destinazione farmaceutica, per mangimi e per alimentazione umana, e in teo- ria le autorizzazioni vengono concesse per usi diversi. Ma in pratica i casi di contaminazione sono frequentissimi, anche nell'Unione Europea e in Italia, dove le leggi attuali sono molto restrittive. Ancora nel 2006 nei porti europei sono state trovate e sequestrate intere navi da carico che porta- vano riso contaminato con una varietà transgenica (LLRice601) proveniente dagli Stati Uniti; nella fattispecie, la contaminazione proviene addirittura da una varietà che non ha superato la fase spe- rimentale, la cui commercializzazione non è mai stata autorizzata per nessun uso. PRINCIPIO DI PRECAUZIONE E PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’ La comunità scientifica internazionale si è da tempo data una regola, chiamata principio di precau- zione, per la quale quando esiste l'ipotesi che un prodotto, un processo o un fenomeno causino un rischio globale e irreversibile per la salute e per l'ambiente, se non si hanno tutti gli elementi neces- sari per valutare questo rischio allora non bisogna correrlo. Questo principio, adottato dal 1992 in seno alle Nazioni Unite, è stato accettato da molti governi come diritto e dovere, e “dovrebbe” esse- re alla base di molte leggi (ad esempio sulla distanza delle case dagli elettrodotti, pur in mancanza di dati certi sulla pericolosità dei campi elettromagnetici). Di fatto però, nella gestione del rischio, come nell'orientamento della ricerca e nel controllo delle attività delle imprese entrano tanti fatto- ri, che determinano l'orientamento dei diversi stati. Alcune nazioni non hanno mai ratificato le con- venzioni che per altri sono fondamentali nell'interesse comune dell'umanità, come la Convenzione sulla Diversità Biologica, quella sul Cambiamento Climatico (per il controllo dei fattori di riscalda- mento globale) e addirittura nemmeno la Convenzione internazionale sui Diritti del Bambino. La scelta fatta è chiaramente quella di garantire condizioni prioritarie allo sviluppo industriale e di pro- muovere i consumi, riducendo limiti e controlli di interesse pubblico a vantaggio di gruppi privati, nella convinzione che da una maggiore ricchezza dei privati discende una maggior benessere dello stato. E quindi diversi paesi, fra i quali gli Stati Uniti, non seguono il principio di precauzione ed anzi assumono il principio della sostanziale equivalenza fra OGM e cibi naturali, per cui i cittadini statu- nitensi da diversi anni mangiano OGM senza che sia nemmeno obbligatorio, per le marche che ne fanno uso, specificarlo nelle etichette dei prodotti. Non così in Europa, dove i produttori sono tenu- ti a specificare il contenuto delle scatole di cibo (quando la percentuale di Ogm supera lo 0,9%). E soprattutto, il principio di precauzione è stato accolto e ha permesso di tenere a freno le importa- zioni di sementi transgeniche, limitando molto la sperimentazione, e vietando fino ad oggi l'intro- duzione di alimenti OGM nei prodotti per l'alimentazione umana. Per l'alimentazione animale non esistono le stesse garanzie, e infatti, da diversi anni nei nostri alle- vamenti molti animali vengono nutriti con prodotti transgenici.

SCIENZA E SOCIETÀ

Le regole che abbiamo appena visto per l’etichettatura dei prodotti contenti OGM vengono conte- state da molti, e difese da quelli che sono convinti invece che laricerca sugli Ogm dev’essere comun- que garantita, anche per principio, in quanto espressione della libertà della ricerca. Ma la libertà della scienza non può diventare il paravento dietro cui si nascondono interessi specifici e compor- tamenti spregiudicati. Oggi la concezione della ricerca e della scienza come dominio esclusivo di pochi specialisti, “troppo esper- ti” per confrontarsi col pubblico, è un mito ormai superato dai fatti. Specialmente nei casi in cui non è possibile confinare gli esperi- menti in laboratorio, ma si usa la natura, la società e il mondo come campo di prova. Come succede per l'energia nucleare, per l'inqui- namento elettromagnetico, la mucca pazza, gli OGM: in tutti que- sti casi l'intera società agisce come una grande cavia, e in caso di incidente, o di evento imprevisto, le soluzioni non sarebbero (o non sono state) sperimentate su un gruppo di cavie in laboratorio, ma direttamente sulle vittime. E se queste vittime siamo noi, i nostri campi, gli animali e il cibo che mangiamo, la natura che abbiamo intorno, perché non dovremmo avere il diritto di dirigere ed eventualmente fermare l'esperimento? E poi, non è detto che tutto quello che è possibile fare deve per forza essere messo in pratica. Davanti alle scoperte scientifiche ed alle nuove possibilità tecnologiche se esse contribuiscono al nostro benessere, ad un mondo più sicuro, più sano, più equo oppure se determinano piuttosto le condizioni di una “società del rischio”. La questione degli OGM insomma, non può ridursi ad una mera garanzia di sicurezza e prudenza. A questo punto abbiamo letto abbastanza per farci un’idea della complessità dell’argomento, e pos- siamo dire che portarlo fuori dai laboratori, sul terreno del confronto sociale e politico è un’esigen- za fondamentale per la democrazia della società e la libertà di scelta delle persone.

GLI OGM IN EUROPA

Dal giorno in cui è stato immesso sul mercato statunitense il primo prodotto transgenico (il pomo- doro FlavrSavr), sono passati circa 15 anni. Da allora, le agrobiotecnologie sono state presentate come una scelta inevitabile per un’agricoltura moderna e globalizzata (per favorire il progresso, sconfiggere la fame nel Sud del mondo, aumentare i redditi degli agricoltori, diminuire i costi per la trasformazione industriale). In Europa, la crescente sensibilità dei cittadini per un’alimentazione sana e l’opposizione della socie- tà civile (ambientalisti, consumatori) e del mondo produttivo (agricoltori, trasformatori e distribu- zione) rispetto ad una tecnologia che è potenzialmente in grado di mettere a rischio le risorse natu- rali, ha contribuito a costituire un mercato ostile al cibo biotecnologico e ad aprire nuovi spazi per i prodotti di qualità legati ad una specificità territoriale. Tuttavia, le istituzioni europee, e in particolare la Commissione, con la complicità degli organi scien- tifici deputati al controllo (in particolare, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, EFSA), scardinando le regole basilari di un sistema europeo democraticamente eletto in cui la maggioranza dei cittadini si è più volte espressa per un’agricoltura “libera da Ogm”, hanno scelto di incamminarsi sulla strada tracciata dalle aziende transnazionali detentrici dei brevetti sugli Ogm. In Europa hanno ottenuto l’approvazione per l’alimentazione umana, animale o per la coltivazione (in base alla Direttiva 2001/18/CE e/o al Regolamento (CE) 1829/2003) piante geneticamente modi- ficate di colza, mais e soia (oltre ad una varietà di cotone della Monsanto e una varietà di tabacco sella Seita). La commercializzazione di tali prodotti è sottoposta a una normativa sull’etichettatura che stabilisce di indicare la presenza di Ogm se superiore allo 0,9% (Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio n. 1830/2003 del 22 settembre 2003). Ma la cosa più grave è che il 23 luglio 2003, con una mossa degna di un abile scacchista, la Commissione abbia pubblicato una Raccomandazione attraverso la quale si stabili- sce un paradosso: gli Stati Membri non possono vietare la coltivazione di Ogm tout court sui loro territori, ma devono garantire una coesistenza tra l’agricoltura transgenica, quella convenzio- nale e biologica (per ora hanno legiferato sulla coesistenza solo la Germania, la Danimarca, il Portogallo e 6 Lander austriaci). Adducendo come pretesto che a tutti deve essere garantita la libertà di produrre e consumare, anche a quelli che optano per il transgenico. Ciò che la Commissione ha omesso di dire è che la coltiva- zione di Ogm significa, di fatto, la contaminazione delle altre agricolture. E che quindi non è possi- bile far coesistere, nel senso di “esistere insieme”, un prodotto che invade inevitabilmente spazi ad esso non destinati! Adimostrare l’approccio ideologico della Commissione è arrivata la proposta della stessa di rendere più flessibile il Regolamento Europeo del biologico, consentendo una contamina- zione dei prodotti e delle sementi biologiche fino allo 0,9%. Tradotto: secondo la Commissione non ci dovrebbe essere nessuna etichetta ad indicare la presenza di Ogm (se la percentuale è al di sotto dello 0,9%) nel prodotto venduto come “biologico”. I prezzi per il consumatore rimarrebbero inva- riati, quindi, mentre la qualità diminuirebbe. Coltivare Ogm significa, quindi, di fatto, ridurre la libertà di scelta di tutti i cittadini e dei soggetti economici che avrebbero voluto fare scelte di produzione e di consumo diverse. Per questo motivo in Europa più di 170 regioni, 3500 comuni ed altri enti locali, oltre a diverse decine di migliaia di contadini e produttori di alimenti hanno costituito la rete delle “Regioni Ogm-free”, formalizzando il proprio impegno a non permettere l'uso di prodotti e sementi transgeniche nei campi e nel cibo dei loro territori. Hanno firmato la Carta delle Regioni Ogm-free: Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Umbria, Sardegna, Alto Adige, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte.In Italia un blocco forte di ambien- talisti, consumatori, soggetti economici della filiera agroalimentare (agricoltori, trasformatori, dis- tribuzione) insieme a forze politiche trasversali e sindacati, sotto il nome di “Coalizione Liberi da Ogm”, guidati inizialmente da VAS, Coldiretti e Coop, ha finora garantito che non venissero coltiva- te sementi transgeniche e che venissero rispettate le leggi vigenti (denunciando contaminazioni, importazioni illegali, ecc,). Riunitasi per la prima volta negli Stati Generali (novembre 2003) la Coalizione ha saputo lavorare in questi anni in maniera compatta per ridefinire gli equilibri rispetto al potere delle multinazionali agrochimiche, per ottenere risposte dagli organi decisionali, per tro- vare risposta ai problemi contingenti. E’riuscita a costituire un blocco sociale, quindi, che speri- mentato un percorso democratico e partecipato e che ridefinito un modello di sviluppo sostenibile, innovativo e moderno. La legge italiana n.5 del 28.01.2005 (“Disposizioni urgenti per assicurare la coesistenza tra le forme di agricoltura transgenica, convenzionale e biologica”) dell’ex Ministro dell’Agricoltura Alemanno, annunciata durante gli Stati Generali della Coalizione, aveva vietato di fatto la coltivazione di Ogm su tutto il territorio, ponendo come priorità la definizione di linee guida nazionali che tenessero conto dell’impatto delle colture transgeniche nel nostro Paese. Dopo che questa normativa pè decaduta (in seguito ad un ricorso fatto dalla regione Marche) attual- mente sono le Regioni e le Province Autonome a decidere quale percorso di sviluppo intraprendere. Perciò è in corso un dibattito in seno alla Conferenza Stato-Regioni per definire le Linee Guida Regionali in modo che siano rispettate le zone contigue delle diverse realtà amministrative. Ad oggi non è quindi possibile coltivare Ogm in Italia. E noi ci auguriamo e lavoriamo affinché con- tinui ad essere vietata la presenza di Ogm nel nostro Paese e in Europa. CONCLUSIONI Riassumendo ed estremizzando le posizioni contro i prodotti transgenici, abbiamo dunque capito che la produzione e il commercio degli OGM in agricoltura risponde ad un preciso disegno di mercato, che genera profitti fra le imprese che da molti anni hanno portato l'agricoltura nel terreno della finanza, mischiando la produzione e il commercio di cibo e di azioni su scala globale. Con un'ottica strettamente imprenditoriale queste multinazionali considerano il suolo, i fertilizzanti, l'acqua e l'in- quinamento alla stessa stregua, come input e output necessari per ottenere dei prodotti da vende- re sul mercato. In quest'ottica, la sostenibilità e la tutela dell'ambiente non è un'esigenza finché le leggi non impongono tasse che scoraggiano chi inquina, la scomparsa di specie ed ecosisitemi natu- rali non è un problema finché leggi e multe non li proteggono, mentre i paesi più poveri con le loro popolazioni non sono che potenziali clienti, sia dei prodotti sia dei brevetti. I rischi sanitari legati ai cibi transgenici non sono sufficienti a contrastare il grande potenziale di guadagno, la resistenza della popolazione ai prodotti OGM nel cibo un problema da confinare al livello ideologico ed esecrare in nome del progresso scientifico. Come nell'esempio dell'auto, forse per vedere bene tutto, certe volte è necessario frenare, scende- re e guardarsi intorno, e magari guardare anche una mappa stradale e decidere dove proseguire, per- ché a voler solamente correre c'è il rischio di sbagliare strada. Sicuramente le chimere biotecnologiche in agricoltura non danno una risposta ai problemi della fame dei paesi più poveri, non sono un'opzione interessante per l'agricoltura europea, non sono certo l'ul- tima frontiera scientifica, presentano dei rischi sanitari ed ecologici difficili da prevedere, e impos- sibili da prevenire, rappresentano una minaccia per la sopravvivenza delle varietà naturali, quindi per la biodiversità e cioè per i meccanismi che hanno permesso alla vita di evolversi sul pianeta da quando è comparsa.
Bisogna allora ipotizzare un'alternativa che risponda a tutti i dubbi sollevati dagli OGM. Se questa pubblicazione fosse usata per stimolare la creatività e lo spirito critico di chi la userà, sarebbe interessante a questo punto sospendere la lettura e ipotizzare una soluzione per ciascuno dei limiti appena elenca- ti degli OGM. Siamo passati dalla genetica ai brevetti, alla sto- ria dei paradigmi scientifici, ai temi finanziari e allo sviluppo agricolo in Italia e nel resto del mondo, inclusi i paesi più pove- ri e i problemi legati alla fame. Vorremmo invitarvi a fare senza paura una specie di gioco e ad immaginare uno sviluppo agri- colo, scientifico e tecnologico che comprenda gli ingredienti della lista qui riportata. Può darsi che non conosciate qualcuna delle voci della lista, potete ignorarla o approfondire la ricer- ca, e chissà che non vi dia stimoli nuovi sia per l'attività in clas- se che -speriamo- per la vostra dieta e quella delle vostre famiglie, e addirittura sul comportamento che abbiamo come clienti e consumatori di cibo. Ecco la lista:
cibo sano,
dimensione di un'azienda agricola,
numero di lavoratori per superficie,
stagionalità dei prodotti, prodotti esotici,
distanza fra la produzione e il consumo,
varietà di specie allevate e coltivate,
allergie,
gruppi di acquisto solidale,
interessi di mercato e di grandi aziende,
esportazioni e importazioni internazionali,
capacità di acquisto e debito dei paesi poveri,
cultura contadina e società rurale,
caccia e pesca artigianale,
caccia e pesca familiare,
ricchezza di specie fertilità del suolo,
concimi e fertilizzanti,
agricoltura integrata,
agricoltura biologica,
pesticidi,
inquinamento e trattamento di scarichi inquinanti,
uso e riciclo di sostanza organica,
dimensioni di una città e delle campagne che servono a produrre il cibo per sfamarla,
integrazione fra aree urbane e produzione agricola,
consumo e allevamento di carne e pesce,
conservazione del cibo,
grande distribuzione,
comodità della vita,
qualità della vita,
mercati locali.
Questa lista potrebbe sicuramente continuare a lungo, ma già adesso ci sono abbastanza elementi per costruire mille mondi alternativi e molto diversi fra loro. Vi lasciamo tutto il tempo che vorrete per immaginare il luogo in cui vorreste vivere. buon divertimento!

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